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Nella vecchia Russia – X – La caverna

Nella vecchia Russia – X – La caverna

Nella vecchia Russia, lontana da San Pietroburgo, non ci sono viali tracciati con la canna metrica ma vicoli stretti che salgono e scendono, dove i bambini d’inverno scivolano sopra spesse lastre di ghiaccio. Nella vecchia Russia ci sono i ricordi delle antiche foreste impressi sulle querce, nomi antichi incisi sulla corteccia, memorie di un passato che ancora si ricorda. Se faceste due passi nella città di Kustodiev potreste ammirare la bellezza prorompente e formosa di Darya Ivanova, alla cui porta fanno visita fior di Principi come Sazykin o ricchi mercanti come Vakhrameyev. Ma Darya Ivanova indugia, tanto che la zia teme che i giorni per lei passeranno troppo in fretta: “su cosa vuoi riflettere? Scrivi i loro nomi su due foglietti di carta e mettili li, sotto le immagini sacre, sul piccolo davanzale davanti alla Santa Vergine. Quello che peschi sarà l’uomo per te”… Nessuno sa bene cosa sia questo abbigliamento produttivo che pare verrà distribuito domani, ma questo è quello che si è lasciato sfuggire il compagno Sterligov. Certamente sarà qualcosa di meglio che i mutandoni rattoppati del radiotelegrafista Alyoshka, oppure qualcosa di elegante come un cappellino rosa-primaverile, o così almeno desidererebbe la bella Martha, sogno proibito del diacono Indikoplev che per lei rinnega la religione, nonostante adduca la scusa di averlo fatto dopo aver ascoltato una conferenza sul marxismo ma, altro che di marxismo si tratta, bensì di Marthismo… Dove ora sorge San Pietroburgo, un tempo c’erano scogliere e, nelle scogliere, caverne. Dentro vivevano uomini vestiti di pelli che si spostavano di caverna in caverna e che accendevano piccoli fuochi per proteggersi dal gelo. Ora San Pietroburgo è cambiata, ma le caverne sono ancora lì. Dentro, povere creature come Martin e Masha cercano di scaldarsi al tiepido calore di una stufa di ghisa, dentro alla quale oramai la brace sta morendo…

Evgenij Zamjátin (1884-1937) è un nome poco conosciuto, eppure senza il suo romanzo Noi, uscito per la prima volta nel 1924 e recentemente ripubblicato da Mondadori, probabilmente non esisterebbe nemmeno il romanzo 1984 di George Orwell così come lo conosciamo noi e che dichiarò di essersi ispirato, tra gli altri, anche allo scrittore russo. Mandato in esilio durante la Rivoluzione Russa del 1905, Evgenij Zamjátin torna segretamente a San Pietroburgo dove si occupa della traduzione di molti autori tra i quali Jack London. La sua produzione letteraria però non piace al regime di Stalin, fino a subire la censura e spingerlo a chiedere l’assoluzione con una lettera scritta di proprio pugno. “(..) Per me come scrittore, essere privato della possibilità di scrivere equivale a una condanna a morte”. Il motivo della censura lo si intuisce leggendo questi tre racconti, nei quali la satira contro il regime rimbalza da una trama all’altra. Così è per la figura del diacono Indikoplev “che ha platealmente confessato di aver ingannato il popolo per dieci anni e che oggi gode della fiducia sia del popolo sia delle autorità”. Un personaggio che appare quanto mai attuale, così come attuale appare la memoria corta delle persone che dimenticano le malefatte di chi dovrebbe guidarli con saggezza. Struggenti e amari sono invece certi pensieri sul dolore legato alla morte di una persona cara, paragonato alle conseguenze di un sasso lanciato in uno specchio d’acqua, e che viene sopraffatto dal tempo che passa. “Se una pietra cade in acque sonnolente, le agita cercando mulinelli che ne increspano la superficie. Ma poi i mulinelli si espandono, lasciando solo irrilevanti increspature simili alle rughe che si formano all’angolo di un occhio sorridente. E alla fine tutto torna piatto e immobile”.