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Nell’angolo di quiete

Nell’angolo di quiete

Germania, 1914. Bruno von der Ost abbandona per una giornata il suo impegno come direttore della banca per poter seguire il trasloco della sua famiglia, pronta a recarsi in campagna, nella loro dimora alla fine della strada del villaggio. Abile nel dirigere e organizzare, si diletta nel mostrare tali doti persino nelle faccende domestiche. In piedi, nell’atrio della stazione, tra i bagagli, dà decisi ordini ai facchini, in quanto è sua convinzione che ogni cosa, anche “la più insignificante, va eseguita con giudizio”. A osservare le sue azioni è il figlio undicenne Paul, affascinato da quella figura alta e dalle spalle larghe, gli occhi grigio-azzurri dietro le lenti degli occhiali, i baffi biondi mossi dal vento e quella voce profonda con cui dà ordini a tutti. Accomodatosi in carrozza, il direttore osserva la consegna, attraverso il finestrino, di un mazzo di rose, omaggio del suo praticante Hugo von Wirden alla moglie. Un ragazzo simpatico, amabile, gradito a tutta la famiglia che promette loro di raggiungerli il prima possibile. Il viaggio ha inizio. Il treno comincia a muoversi e ora, finalmente, il giovane e fragile Paul si rilassa. A rendere pesante la sua esistenza è la cronica percezione della vulnerabilità umana, del pericolo costante che aleggia sulla sua famiglia. Paul è cagionevole di salute e questa sua imperfezione attira il biasimo del padre, a cui non piace. Ora che vanno incontro a un periodo di vacanza, il ragazzino può trovare quiete nella bella villa lontana dai pericoli, lontana dalla scuola, dove gli altri studenti lo deridono e lo escludono. Giunti a destinazione una carrozza li attende, ma l’umore di Bruno si guasta di fronte all’incapacità dei facchini e l’intero tragitto fino a casa è funestato dalla sua rabbia, che si riversa anche sui domestici che non hanno acceso il fuoco e le luci nella casa. Paul avverte l’inquietudine in quel luogo freddo e buio, ma sono le parole piene di ottimismo della madre Irene, il suo calore a rendere d’un tratto ogni cosa più piacevole per lui, come la ricordava...

Pubblicato nel 1918 dall’editore Samuel Fisher sulla rivista letteraria “Biblioteca di romanzi contemporanei”, l’opera è l’ultima di Eduard von Keyserling (1855 - 1918) che viene a mancare pochi mesi dopo. La narrazione segue il punto di vista del piccolo Paul, è attraverso i suoi occhi che l’autore presenta le caratteristiche dei personaggi durante il viaggio: la madre “dal bel viso sottile”, la zia Dina con “tutte quelle rughe e rughette”, la balia Marie con “gli occhi di un azzurro torbido, sonnolenti” e infine l’amato e temuto padre “con quello sguardo severo, vagamente scontento”. È Paul sa percepire il modo complesso e spesso contraddittorio con cui interagiscono gli adulti, le loro faccende misteriose. Lo turba il rapporto burrascoso tra i genitori, la tenerezza che il signor von Wirden manifesta per sua madre, l’aggressività degli altri bambini nei suoi confronti e quando scoppia la terribile guerra a cui anche il padre deve prendere parte, è turbato da immagini di soldati morti che non ha mai visto. La sua fragilità fisica lo rende vulnerabile e imperfetto, l’affetto del padre è per lui irraggiungibile, la compagnia dei coetanei gli è preclusa. La solitudine lo spinge a fantasticare su un riscatto che desidera a ogni costo e così gioca a essere forte, gioca a essere coraggioso, pronto a sfidare il suo destino. Le atmosfere del racconto sono decadenti, ammantate da una patina di nostalgia verso l’epoca dei grandi casati nobiliari (di cui l’autore faceva parte). Spiccano i contrasti: il villaggio è rumoroso e la campagna assolata e brulicante di fiori, invece la villa è buia, vincolata ai ritmi della ricca famiglia; i bambini del posto sono forti, turbolenti e ridono felici, mentre Paul è debole, infelice e solo; la madre Irene è delicata, sempre vestita di bianco e quando è triste canta, mentre il padre è un uomo razionale, ossessionato dai numeri, freddo e imponente. È in mezzo a questi conflitti che il bambino si dibatte nel tentativo di comprendere la vita, ma soprattutto di farne parte. Una lettura intensa e malinconica quella che il lettore affronta tra le pagine di quest’opera, in cui Keyserling lascia confluire il suo dolore, la sua personale debolezza (era malato di sifilide da tempo e ormai invalido). Malattia, guerra, solitudine i temi dell’opera, l’ultimo saluto al mondo di uno dei più celebri autori tedeschi.