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Nero lucano

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È il giorno 18 di un “gennaio tempestoso”, quando Leda Montessori – da quelle parti Donna Leda – arriva dalla sua città, Varese, a Grottole, Basilicata, qualche decina di chilometri da Matera, sulle sue tacco dodici “a testa alta e sguardo arreso, dignitosa vittima sacrificale immolata sull’altare di un marito stravagante, nella terra popolata di mostri”. Tutte le volte che il consorte, l’affascinante ingegnere di successo Brando Carbone, le chiede di scendere per trascorrere qualche giorno nell’odiata casa affacciata sulla Diruta, la chiesa caduta, per lei è infatti una vera sofferenza e la nausea comincia a tormentarla fin dal giorno prima della partenza. Suo marito è arrivato qualche giorno prima, ma di lui non v’è traccia. L’inquietudine della donna aumenta quando lei si convince che in casa ci sono cose che non quadrano con le rigide abitudini dell’ingegnere e, sopraffatta dall’ansia, esce nella sera umida per andare nel bar vicino, dove il rozzo barista dall’aspetto animalesco, dopo averle rivolto uno sguardo rapido, manda via i pochi avventori, chiude la serranda e consuma con lei un rapporto sessuale rapido e brutale. Non è la prima volta, ma i due non sono amanti; una donna elegante, bella e sofisticata non potrebbe mai avere un uomo così. Eppure lei non può fare a meno di andare in quel bar di tanto in tanto, quando le sue paure la opprimono troppo. Il giorno dopo, il procuratore Repubblica di Matera Corrado Basile viene svegliato da una telefonata che annuncia guai. In località San Giuliano, presso una diga, è stato ritrovato un corpo con indosso abiti e scarpe firmate, il cranio spaccato esattamente a metà con una precisione chirurgica e una cartina geografica della Basilicata tra le mani. Il procuratore non ha alcun dubbio, per questa indagine gli serve Viola Guarino, patologa e antropologa forense, specialista della scena del crimine, bella e ombrosa, dotata di grande intuito, plurilaureata e specializzata. Ma soprattutto con “una fama di strega che si portava appresso fin da bambina”. Sulla scena del delitto, dove arriva a cavallo della sua Ducati, è impossibile capire la logica con la quale si muove, come seguendo i passi di una danza misteriosa, eppure Basile l’ha vista all’opera ed è convinto che il suo contributo alle indagini ufficiali sia indispensabile. Ben presto la scomparsa dell’ingegnare denunciata da sua moglie, che si rivela una donna strana e inquietate, trova riscontro nel corpo mutilato rinvenuto alla diga, ma la vicenda è soltanto all’inizio. Il giorno dopo, i giornali danno notizia del ritrovamento di un coniglio sgozzato e appeso ad un palo dell’elettricità; ovviamente la notizia interessa relativamente, al momento almeno, alla polizia, tanto più che un’altra denuncia di scomparsa – questa volta di un agricoltore, in realtà proprietario dell’agriturismo – viene seguita dal rinvenimento di un cadavere impiccato con la testa spaccata e in avanzato stato di decomposizione, in un giardino poco frequentato a Montalbano Jonico. È evidente che i due omicidi siano legati e Viola è convinta che l’assassino non abbia ancora finito. La patologa sente che qualcosa di oscuro e misterioso si aggira tra i calanchi dalla bellezza brutale della sua terra, ma di cosa di tratta? Cosa sta succedendo davvero? Riuscirà a capire cosa quei corpi sfigurati hanno da dirle e a fermare lo spietato assassino? E come potrà ragionare a mente lucida lavorando accanto a Loris Ferrara, lo sfuggente e affascinante sostituto procuratore napoletano tornato a Matera, col quale ha trascorso una notte di passione qualche mese prima e che da allora è scomparso dalla sua vita senza una parola e senza che lei sia riuscita ad allontanarlo dalla testa e dal cuore?

Piera Carlomagno, laureata in cinese, è una giornalista salernitana, scrive su “Il Mattino”, da un decennio pubblica guide turistiche e romanzi, è presidente dell’associazione “Porto delle Nebbie”, che organizza il SalerNoir Festival, e con Nero lucano scrive il secondo episodio della serie noir lucana, dopo Una favolosa estate di morte, pubblicato nel 2019 da Rizzoli. La protagonista è sempre l’anatomopatologa trentanovenne Viola Guarino, brillante, intelligente, dotata di un intuito singolare e di un istinto ancestrale che le permette di leggere l’anima della sua terra e cogliere le cose non dette, celate nelle pieghe più misteriose dei suoi conterranei lucani, oltre le facciate; dote ereditata in gran parte da un nonno masciaro, prima che farmacista, che preparava personalissimi rimedi per i più disparati problemi, e di una nonna - cumma’ Menghina, Mariarìt per i materani – la lamentatrice funebre più brava, amata e pagata della regione. “Entrava e usciva dal mondo della notte, ed era quella l’eredità della nonna Menghina”. Viola arriva sulla scena del crimine a bordo della sua Ducati di grossa cilindrata e, fuori da ogni schema razionale, si muove e fotografa i particolari seguendo percorsi personalissimi che affascinano chi la guarda. A sua volta, la donna subisce il fascino del sostituto procuratore Loris Ferrara, un matrimonio in crisi e le idee confuse, legate a lei nonostante tutto. Viola Guarino, che si fa scivolare il fatto che da sempre dalle sue parti la chiamino strega, deve mettere da parte i problemi di cuore e mantenere il sangue freddo quando i morti le fanno visita in una specie di incubi notturni ma anche ad occhi aperti e dare il suo contributo fondamentale alle indagini per trovare l’assassino che uccide certamente per vendetta. Ma per ricostruire una storia crudele come il tradimento, è necessario risalire indietro nel tempo, attraverso vecchie foto in bianco e nero e in mezzo ai ricordi e ai pettegolezzi di mature signore durante il the e le partite a carte. È necessario anche seguire con attenzione gli indizi che il killer lascia, perché vuole che la sua storia si conosca bene dall’inizio: che senso hanno quindi i versi di Dante? Cosa indicano i territori segnati sulle mappe delle Basilicata? Questi alcuni degli elementi comuni ritrovati sui luoghi degli omicidi. Ed ecco che diventa sempre più evidente quanto la protagonista vera del romanzo sia questa terra fascinosa dalla bellezza arcana, inquietante e oscura, attraverso le gole, i calanchi e i borghi, la pietra bianca e calcarea, i Sassi di Matera e i monti dove antiche processioni mantengono intatte le tradizioni, dove i riti di una fede rurale, tra sacro profano e sacrilego, affondano le radici in una terra multiforme e sfuggente, misteriosa e intrigante. Le descrizioni dei luoghi, dei paesaggi, delle tradizioni, sempre attraversate da una nota in certo modo lirica, rivelano l’amore dell’autrice per la Basilicata e il legame con le sue origini lucane. Realtà ancestrali, esoterismo e tradizioni che sembrano aver fermato il tempo al racconto di Carlo Levi – di cui è citata una nota pagina da Cristo si è fermato a Eboli che descrive la “dolente bellezza” di questa terra – e nelle quali risalta un universo femminile dominante e affascinante, popolato da donne forti e ambigue. Un giallo poliziesco con le caratteristiche del thriller è stato definito questo Nero lucano, nel quale il nero è ovunque, nel vortice erotico e violento che circonda alcuni personaggi, negli affari spregiudicati che calpestano ogni altra cosa, tra professionisti forti dei loro privilegi, tra le amicizie altolocate e l’ambigua fratellanza massonica, tra i pettegolezzi e i ricordi di amori adolescenziali, nelle situazioni storiche e politico-sociali raccontate da immagini sbiadite dal tempo: dove cercare davvero il bandolo della matassa? Scopritelo tra le pagine di questa storia dal grande ritmo che si fa leggere con avidità.