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Neve

Neve

Erano dodici anni che Kerim Alakușoğlu non tornava nella natìa Turchia. Vive in Germania, in esilio politico malgrado non si interessi granché di politica, ed è tornato soltanto a causa della morte della madre. Dopo quattro giorni passati ad Istanbul, “la città della sua infanzia e della sua felicità”, a gestire il funerale e quello che ci gira intorno, passa a trovare il suo vecchio amico Taner, editorialista politico al quotidiano “Cumhuriyet”. Costui, dopo gli affettuosi convenevoli di rito, parla a Ka – Kerim si fa chiamare così da sempre, e così firma le poesie che sono la sua passione e gli hanno dato una certa fama tra gli emigrati turchi in Germania e persino in patria – di una strana “epidemia” di suicidi tra le ragazze nella cittadina di Kars, dove sono imminenti anche le elezioni, e lo prega di recarsi laggiù per scrivere un reportage. Ka accetta la proposta, un po’ per conoscere la situazione nella Turchia profonda dalla quale è lontano da dodici anni, ma soprattutto per rivedere Ipek, bellissima ex compagna d’università che vive proprio a Kars e - a quanto gli rivela Taner - ha appena divorziato. Ka quindi si sobbarca due giorni di viaggio in pullman da Istanbul a Erzurum prima e da Erzurum a Kars poi. Nevica forte sulla strada tortuosa, e Ka – mentre si assopisce sul sedile – contempla i fiocchi di neve “non come presagi di una prossima sventura ma, finalmente, come indizi del ritorno della felicità e dell’innocenza della sua infanzia”. Ka ha quarantadue anni, non si è mai sposato, è un uomo timido e riservato. Quando, con tre ore di ritardo, il pullman entra in una Kars innevata, Ka non riconosce nulla della cittadina. Del resto l’ha visitata una volta sola, vent’anni prima. Dopo aver trovato l’hotel “Palazzo delle nevi”, dove ha prenotato una stanza, il poeta si reca nella vicina trattoria “Pascoli verdi”. Qui riconosce tra i commensali l’attore di teatro Sunay Zaim, a cena con colleghi: cosa ci fa in quella città remota, “in una notte di neve di febbraio”, una compagnia di teatranti famosi negli anni Settanta per il loro impegno politico?

Una toccante storia di ritorno dall’esilio, un apologo sul ruolo della religione nella società moderna, una amara riflessione sull’impossibilità di raggiungere la felicità. Orhan Pamuk, nel bel mezzo della tempesta culturale e politica che scuote il mondo dopo l’11 settembre 2001 (il libro è del 2002), ambienta il suo Neve negli anni Novanta, andando in cerca dei segni premonitori, dei semi, dei prodromi della deflagrazione dell’islamismo radicale (e anche dell’avvento di Recep Tayyip Erdoğan, ma questo Pamuk non poteva saperlo). La tempesta qui – metaforicamente – è una tempesta di neve (“kar” in turco, con il protagonista che vuole farsi chiamare Ka e la vicenda che si svolge nella città di Kars) che isola il luogo in cui è ambientato il romanzo, rendendolo un mondo a sé, circoscritto e completo. Un mondo però tutt’altro che monocromo, tutt’altro che facilmente catalogabile, un mondo che è metafora della intera nazione turca: a Kars ci sono resti dell’antico impero ottomano, c’è una grande, desolata chiesa armena, non mancano i ricordi della dominazione russa ma dominano le immagini di Ataturk, padre fondatore della Repubblica Turca e fiero nemico dell’Islam più reazionario e intransigente con la sua campagna di “modernizzazione” del Paese. Una “guerra civile sotterranea”, quella tra modernità e tradizione, che ha accompagnato la storia turca in tutto il Novecento – nel romanzo per esempio si fa riferimento, con qualche modifica, a un reale fatto di cronaca, una “epidemia di suicidi” di giovani donne (da una parte determinate a non togliere il velo come richiesto dal governo centrale e disposte a darsi la morte per “vergogna” o in forma di protesta, dall’altra uccise dalla famiglia perché troppo “ribelli”) – e continua anche oggi. In una intervista Pamuk ha affermato di voler esplorare “la visione del mondo dell’intellettuale turco occidentalizzato che fa i conti con la parte più povera, più dimenticata e forse più ignorata del Paese. Che è anche la parte più rabbiosa”. Margaret Atwood, che ha recensito il libro per il “New York Times”, ha sottolineato acutamente la natura a metà tra favola e reportage del libro: “Il ruolo di giornalista del protagonista Ka consente a Pamuk di mettere in mostra un’ampia varietà di opinioni. Coloro che non vivono tra le vestigia dimesse di antichi imperi possono trovare difficile immaginare il mix di risentimento del diritto (dovremmo essere potenti!), vergogna (cosa abbiamo fatto di sbagliato?), biasimo (di chi è la colpa?) e ansia sull’identità (Chi siamo veramente?) che occupa molto spazio nella cultura di queste antiche nazioni e quindi anche in Neve”. Un romanzo che ci aiuta a capire la Turchia moderna, sospesa tra Europa e Oriente. Con malinconia e preoccupazione.