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Niente paura

Niente paura

La nonna materna di Julian è stata un’insegnante dello Shropshire, il nonno un preside con il debole per la meccanica. Lei preparava conserve e sottaceti, spennava e arrostiva polli; lui li allevava, quei polli, e coltivava l’orto. Appartenevano alla generazione alla quale i dentisti consigliavano di togliersi tutti i denti in un solo colpo, e così era stato. Un evento, al contempo, solenne e sconcio: tale era apparso agli occhi dei nipoti. La nonna, a un certo punto della sua vita, era diventata atea e aveva sostituito la fede in Dio con la fiducia nel socialismo e poi nel comunismo. Il nonno era un tipo da brillantina, un po’ sordo; con i baffi militareschi, la pipa e il borsellino del tabacco che gli gonfiava la tasca del cardigan. Seduto sulla sua poltrona maschile, scuoteva la testa leggendo gli articoli del giornale che descrivano un mondo in cui la verità e la giustizia erano costantemente in pericolo per via della minaccia comunista. La nonna, invece, seduta sulla sua poltrona femminile, scuoteva la testa leggendo articoli di giornale che descrivevano un mondo in cui la verità e la giustizia erano costantemente in pericolo per via del Capitalismo e dell’Imperialismo. Il fratello di Julian ricorda un rituale, di cui Julian non è mai stato testimone: i nonni tenevano ciascuno un diario e, ogni tanto, di sera leggevano a voce alta ciò che avevano scritto quella stessa settimana di molti anni prima. I ricordi, non di rado, corrispondevano poco: l’uno diceva di aver piantato patate, l’altra che c’era troppo bagnato per lavorare in giardino. Julian Barnes non crede in Dio, però Dio gli manca. E da quest’affermazione, che il fratello considera patetica, inizia il suo viaggio intorno alla morte, alla paura di morire, ai ricordi delle persone che non ci sono più. Ricordi in gran parte inaffidabili, come insegna l’episodio dei diari, relativi alla cerchia intima degli affetti; e poi alla cerchia (forse, altrettanto intima) degli scrittori, dei filosofi, dei grandi pensatori del passato...

Morte e Dio sono i due ingredienti di Barnes, e la pietanza è un libro gustoso in cui non succede nulla da un punto di vista narrativo; ma è pur sempre un nulla gradevole con il quale l’autore ci propone le sue idee come fossimo amici seduti di fronte al fuoco, in una fredda sera invernale. Barnes riflette sul significato dell’esistenza umana, componendo un libro che si camuffa da memoir e che invece è un saggio, scritto alla maniera di Michel de Montaigne. Ci fa notare che la storia dell’umanità “ha visto l’espansione progressiva, per quanto accidentata, dell’individualismo”, declinato nelle infinite libertà dell’uomo moderno. E ha ragione: nel corso del Novecento abbiamo finanche ridefinito la morte, spostandone l’asse dal cuore al cervello; l’abbiamo resa un procedimento dacché era un atto; l’abbiamo trasformata in una durata quando era solo un istante. I progressi della tecnologia medica ci consentono di rianimare i corpi; di rallentare il decadimento delle funzioni dell’encefalo; di “riparare i viventi” (per citare il romanzo di Maylis de Kerangal). Eppure, nel momento in cui ci siamo illusi di governare la vita e la morte, cogliendo il significato di entrambe, siamo stati costretti a riconoscerci, sostiene Barnes, “come un’unità di obbedienza genetica”. Liberi, forse, ma di certo non per sempre.