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No sleep till Shengal

No sleep til Shengal

Maggio 2021. La routine quotidiana di Zerocalcare è come sempre densa di “accolli” (che però lui più o meno schiva abilmente con la scusa del COVID-19), con l’aggiunta dell’angoscia e dei “trecento galloni di bile” dovuti alle polemiche per la serie di Netflix di enorme successo che lo vede protagonista. Lui fa lo splendido, ma ci rimane male davvero a leggere e sentire quello che dicono diStrappare lungo i bordi. Quando a chiamarlo è Elbak, responsabile della comunità curda di Roma, non riesce a inventarsi una scusa (“Credo mi abbiano impiantato un chip di controllo quando sono stato in Siria nel 2014”) e accetta di incontrarlo al centro culturale curdo. Elbak propone a Zerocalcare di recarsi in Iraq, a Shengal, dove l’autonomia degli Ezidi è sotto attacco. Riconquistata la città dopo la parentesi dell’occupazione da parte dell’ISIS, gli Ezidi hanno cercato di seguire – almeno in parte – l’esempio del Rojava adottando un confederalismo democratico: “autogoverno, autodifesa, parità tra uomini e donne, convivenza tra popoli”. Shengal però è nel territorio iracheno, e il governo dell’Iraq non tollera la presenza di una zona autonoma. Iraq, Turchia e Kurdistan iracheno hanno per giunta siglato un accordo nel 2020 – denominato accordo di Sinjar (il nome arabo di Shengal) – secondo il quale l’autonomia degli Ezidi non ha diritto di esistere: devono consegnare le armi e tornare sotto il controllo iracheno. Il problema è che loro non hanno nessuna intenzione di accettare questa decisione, e si teme un intervento militare. Un bel casino, ma che c’entra Zerocalcare? Non è che Erdogan e compagnia bella cambiano idea per un fumetto… No, spiega Elbak, non cambiano idea per un fumetto, ma è comunque importante raccontare Shengal almeno per due motivi: “Far vedere che confederalismo democratico funziona non solo per curdi. Anche per altri popoli. E perché quando nessuno parla… Quando nessuno guarda… Succedono massacri”. Zerocalcare accetta di partire: bisogna però organizzare il viaggio in pochi giorni…

No sleep ‘til Hammersmith, recitava il titolo del capolavoro live dei Motörhead del compianto Lemmy Kilmister all’alba degli anni Ottanta, descrivendo in modo perfetto il senso di attesa febbrile e un po’ angosciosa per un evento, una giornata, un luogo decisivi. Michele Rech aka Zerocalcare in questo graphic novel usa la stessa espressione per raccontare il suo viaggio tormentato verso Shengal, una enclave nel nord dell’Iraq in cui gli Ezidi o Yazidi (seguaci di etnia curda di un culto religioso molto antico, molto misterioso, molto poco praticato e ormai quasi dimenticato) hanno creato una zona autonoma dopo aver scacciato le milizie dell’Isis, che nel 2014 proprio ai danni degli Ezidi si sono macchiati di un vero e proprio genocidio, una infame “pulizia etnica e religiosa” che ha causato circa 5000 morti e di un numero di stupri, rapimenti e riduzione in schiavitù – soprattutto di donne e bambine – che oscilla tra i 4000 e i 10.000. Checkpoint dopo checkpoint, con i soldati dell’esercito iracheno che “c’hanno tutti i capelli come gli One Direction”, ufficiali con manie di grandezza e manie tout court, taciturni agenti dei Servizi sosia di Giancarlo Giannini, Zerocalcare e i suoi compagni – un gruppo di attivisti italiani perlopiù un po’ avanti con gli anni – vivono un’avventura on the road che è anche un viaggio nella memoria e nel dolore di questa popolazione sostanzialmente ignorata da tutti, schiacciata da interessi politici e militari altrui, bersagliata dagli attacchi dei droni turchi e isolata in una regione dimenticata dal mondo e dai media dopo la parentesi della lotta all’Isis. Dal punto di vista della denuncia politica No sleep till Shengal coglie nel segno, mettendo sotto i riflettori il dramma degli Ezidi e i tormenti di una terra tutt’altro che pacificata. Dal punto di vista eminentemente narrativo invece è purtroppo un po’ meno efficace. Troppo statico, claustrofobico: forse una lunghezza più contenuta avrebbe aiutato.