Fuera del juego

La grande quantità di cose viste, assorbite e da esse attraversato presentano davanti agli occhi del poeta la visione di una terra divenuta posto definitivo, definitivamente congelato dal sogno infranto della rivoluzione castrista: “I poeti cubani non sognano più/ (neppure di notte)/ Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine/ quando scricchiola, al’improvviso il legno:/ il vento li spinge alla deriva;/ alcune mani ti prendono per le spalle,/ li rovesciano,/ li mettono di fronte ad altre facce/ (affondate nei pantani, bruciando nel napalm)/ e il mondo sopra le loro bocche scorre/ e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere.”  Nei versi campeggia ovunque la figura di un uomo che ha creduto in una società diversa e che ora soggiace a un compromesso che rappresenta una delusione indigeribile, un sacrilego oltraggio ai propri ideali e in qualche modo una condanna: “Lui vive più in qua dell’eroismo/ (in quella parte oscura); / però non si turba, non rimpiange./ Non vuole essere un eroe,/ e neppure il romantico intorno al quale/ poter intrecciare la leggenda;/ ma è condannato a questa vita, e ciò che più lo spaventa,/ fatalmente condannato alla sua epoca”…
 Heberto Padilla, nato a Priar del Rio (Cuba) nel 1932 e morto ad Auburn, Alabama, nel 2000 è considerato uno dei maggiori poeti di lingua castigliana del secolo scorso. Fuera del juego, uscita nel 1968, è l’opera forse più emblematica della sua testimonianza poetica e civile, quella che ha fatto di lui l’imputato di un processo farsa contro cui si levarono le voci indignate tra gli altri di Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, nonché il simbolo della prima faglia apertasi nel cuore del castrismo. Nella raccolta, che ci viene proposta con testo originale a fronte e traduzione di Gordiano Lupi, disincanto e amarezza si fondono nel quasi unico modo possibile di rendere lo spirito del sogno rivoluzionario cubano e della sua fine. C’è una fuga e un ritorno in tutti i componimenti presenti in questa raccolta, al cui interno si consumano le forze lasciate agire nelle aspirazioni che hanno invano nutrito l’animo di Padilla. I suoi versi non agitano l’enfasi della ribellione. La presa di posizione e la testimonianza civile appaiono piuttosto tessuti con un tratto di filo grigio, di tono struggente e malinconico. Non meno efficace, tuttavia, nel consegnare al lettore l’immagine di una stagione storica spogliata delle sue tinte illusorie.

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