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Noi gli animali

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È domenica sera e tre fratelli sono seduti intorno al tavolo della cucina con indosso un impermeabile; uno di loro spappola pomodori con un mazzuolo di gomma. È un gioco, l’hanno visto fare in tv. I pomodori esplodono, spruzzano. Ma non basta per divertirsi. Corrono in bagno e prendono le creme della madre; tolgono l’impermeabile perché la pomata sparata da ogni colpo di mazzuolo deve sporcarli dappertutto. La madre entra in cucina, è ancora assonnata; ha lavorato di notte, poi ha dormito tutto il giorno. Creme e pomodori sono sparsi su tutte le superfici della cucina; i tre bambini ne sono ricoperti. Lei li guarda, e dice che appena nati erano proprio così: cosparsi di un intruglio simile. Chiede loro di farlo anche a lei, di sporcare anche lei, di far nascere di nuovo anche lei. Loro prendono un tubetto di ketchup e lo schiacciano col mazzuolo. La inondano di ketchup, come “le avessero sparato alla nuca”. Il padre non c’è, come capita spesso. Il giorno dopo lo ritrovano in quella stessa cucina. I fornelli sono accesi, le costine di maiale sfrigolano, il riso alla spagnola cuoce, lo stereo diffonde un mambo. Lui è di buon umore, balla; loro gli stanno dietro, in fila come cuccioli d’oca. Il padre balla, e dice loro di ballare come i ricchi, poi come i poveri; come i bianchi, poi come i portoricani. Li sfida, infine. Urla, perché la musica è troppo alta; i bambini non riescono a distinguere toni e umori, non capiscono se è arrabbiato o se scherza. “Meticci”, dice loro. E li sfida ancora: “Voi non siete né bianchi né portoricani. Guardata come balla un purosangue, guardata come balliamo nel ghetto”…

Justin Torres ci racconta la vita di una famiglia disfunzionale, appartenente alla working class newyorchese. I tre fratelli crescono in un contesto di povertà, in bilico perenne tra passione e violenza. I tre sono abituati a cavarsela da soli, lasciati a loro stessi anche di notte. La madre lavora in una birreria, e il padre si assenta per lunghi periodi alla ricerca di un lavoro o, più spesso, in attesa che si riaccenda il desiderio di tornare a casa. In questa famiglia si vive in modo disordinato e scalmanato. Si mangia poco, e solo quando ce n’è di mangiare; si litiga fino alle botte; si scappa e poi si ritorna per litigare ancora e per picchiarsi nuovamente. Questo legame fraterno, così profondo, però, si allenta quando i tre fratelli crescono: Joel e Manny diventano adolescenti e si adeguano al contesto machista in cui vivono; il più piccolo, al contrario, scopre la propria diversità. La storia ha inizio con uno dei turbolenti rientri in famiglia del padre, ma non sembra seguire uno sviluppo cronologico perfettamente graduale. Torres ci presenta questo mondo dal punto di vista del più piccolo, ed esattamente come farebbe un bambino: ogni capitolo è la descrizione di un ricordo che emerge nella memoria, in connessione sentimentale con le storie raccontate negli altri capitoli. Nel 2018 dal romanzo (edito nel 2012) è stato tratto un film, intitolato Quando eravamo fratelli e diretto da Jeremiah Zagar. Ma il romanzo stesso di Torres ha una propria potenza visuale, che coinvolge come di fronte a una sequenza di frame, accomunati dallo scopo di rappresentare un unico (articolato) stato d’animo più che una serie di azioni. Torres ci trascina dritti in un nucleo pronto per la fissione, anche grazie a un espediente stilistico originale: ciò che accade è raccontato dal punto di vista del più giovane tra i fratelli, ma ricorrendo alla prima persona plurale. Almeno fino a quanto, il nucleo si scinde e il protagonista, ormai emancipato dai fratelli, inizia a parlarci in prima persona. E in quel ‘noi’ (che poi diventa un ‘io’) c’è la catena che vincola il lettore, che lo rende parte di quella rabbia, e poi di quella vergogna; che gli fa sentire il desiderio e la sconfitta; la paura e l’amore; la frustrazione e la gioia. Si tratta di una scelta stilistica che non è una posa, ma è funzionale a una scrittura fortemente evocativa. Torres ci regala un giovane Holden amplificato e problematico che vive sul crinale di una famiglia totalizzante; ed è qui, forse, che sta il significato narrativo più profondo: Noi gli animali è un romanzo di formazione, non individuale, ma familiare.