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Noi i cattivi

Noi i cattivi

Nell’antica città di Ilvernath, una delle famiglie più antiche è al centro di tutte le storie più spaventose, quelle che attraggono e atterriscono i bambini: la famiglia Lowe. Persino le automobili fanno un giro più largo per evitare di passare davanti ai cancelli di ferro. Nessuno sa più perché: è un’abitudine. Due ragazzi tuttavia giocano senza preoccuparsene troppo. In fondo sono loro “i cattivi”: Hendry e Alistair Lowe. Tuttavia la Luna da due settimane ha assunto un colore cremisi, segno che il misterioso torneo si sta di nuovo avvicinando. Al mondo ci sono due tipi di magia, quella più comune, in grado di svolgere compiti più o meno banali (come accendere una luce o immobilizzare un avversario) e l’alta magia, spaventosamente potente. Su Ilvernath grava una maledizione: quando la luna assume il colore del sangue, i campioni delle sette famiglie storiche di Ilvernath sono chiamati a battersi in un lungo duello all’ultimo sangue. Alla fine solo un campione uscirà vincitore e potrà reclamare il potere dell’alta magia. Chi ha scagliato questa potente maledizione? Le stesse sette famiglie. Questo segreto è stato custodito gelosamente per secoli, fino all’uscita di un libro, il bestseller “Una tradizione tragica”, che ha rivelato al mondo l’esistenza di questo terribile patto. Una vera e propria condanna a morte per i campioni adolescenti che risultano sconfitti al termine di ogni torneo…

Nel 1999 usciva in Giappone Battle Royale di Koushun Takami, romanzo in cui un gruppo di adolescenti erano costretti a uccidersi l’un l’altro in una lotta mortale da cui solo uno poteva uscire vincitore. Da questo filone sono nati numerosi romanzi, film, serie tv e videogiochi (la stessa idea di Battle Royale è alla base di Fortnite). Tuttavia dietro all’idea originale c’è un tema molto più sinistro, quello del sacrificio delle generazioni più giovani a favore delle generazioni più anziane. In questo caso siamo di fronte a una dilogia scritta a quattro mani, in cui seguiamo alcuni dei sette campioni in questo torneo ciclico e letale. Non ci troviamo in un high-fantasy, non c’è un mondo molto strutturato e radicalmente diverso dal nostro. Anzi l’universo in cui è collocata Ilvernath è molto simile al nostro e il libro è ambientato in un periodo storico in cui Internet non è ancora disponibile (ci sono quotidiani, aeroplani e macchine fotografiche ad esempio). Oltre alla tecnologia è presente la magia, custodita in speciali pietre da incantesimo che sono comunemente incastonate in accessori e vendute nelle botteghe di magia. Questo fenomeno è talmente quotidiano che tali pietre possono essere vendute in saldo se sono state create nella stagione precedente (e dunque non più “alla moda”). Al di là della costruzione del mondo, semplice ma coerente, le due autrici sono molto abili nell’alzare molto gradualmente la posta in gioco per quattro dei sette campioni. Infatti l’azione si svolge attraverso il loro punto di vista, attraverso il loro vissuto e attraverso le loro aspettative. Al di là delle evidenti differenze, questi campioni hanno una motivazione in comune: voler essere diversi rispetto alle loro famiglie. È facile che ogni lettore si affezioni a un campione in particolare, aggiungendo un investimento personale a una vicenda in cui le parti più avvincenti non sono necessariamente d’azione. Significativa l’iniziativa di Mondadori di indicare anche Silvia Rosa come autrice: è assolutamente corretto rivendicare la componente autoriale del lavoro di traduzione, in questo caso svolto in modo esemplare.