Quando quattro giovani della periferia di Nanterre iniziano a scrivere raccontando il loro quotidiano non avrebbero mai immaginato di vedere pubblicate nel 2012 le loro storie. “Siamo partiti da niente e abbiamo fatto un libro”: è Riadh che lo scrive manifestando tutto il suo stupore e la sua soddisfazione. Cinque anni di lavoro educativo di strada fatto da Joseph Ponthus, sedici mesi di laboratorio di scrittura portano Rachid Ben Bella, Sylvain Érambert, Riadh Lakhéchène, Alexandre Philibert a raccontare la vita di un quartiere popolare, gli scontri con la polizia, lo spaccio, la confusione, le ore di svago, le risate, i genitori, la religione, il lavoro, i tribunali, gli appelli e le visite in prigione e il duro cammino del reinserimento sociale. È il quotidiano di una Francia che può esplodere in ogni momento, testimonianza di vita come di morte, con un fondo di rabbia che a volte sfocia in un’amara risata. Un quotidiano ignorato dai media, se non quando si tratta di fatti violenti, raccolto con fatica dagli educatori professionali che cercano di salvare quel che di buono c’è ancora a dispetto della mancanza di fondi e dei tagli governativi. Saranno proprio le parole a portare una soluzione e la scoperta del potere della scrittura darà a questi ragazzi nuova dignità…

Noi… la cité è un libro collettivo, è Joseph Ponthus che raccoglie le testimonianze di quattro ragazzi conosciuti grazie al suo lavoro di educatore di strada. È un professionista che opera in contesti informali, come strade, piazze e parchi, per interagire con giovani e preadolescenti, offrendo supporto, ascolto e orientamento, con l'obiettivo di promuovere il loro benessere e l’integrazione sociale. Questa figura professionale è presente anche in Italia. Il libro racconta giorno per giorno il processo di scrittura, alternando le voci, è una perfetta cronaca della città fatta da chi la vive e costituisce un vero soggetto narrativo. I primi capitoli raccontano il contesto in cui lavora Ponthus e l’incontro con i ragazzi della periferia parigina di Nanterre dove lui inizia la sua osservazione per acquisire la loro fiducia. Nei vari capitoli vengono raccontati gli aneddoti e le peripezie di questi ragazzi e delle loro famiglie, vivono dove vige la legge del più forte e la sopravvivenza è dura, la vita della strada forma in fretta. L’atelier di scrittura capovolgerà le loro vite, progetteranno le loro storie e le scriveranno pesando le parole e scegliendo le più adatte, esemplificativa è la scelta del titolo alla fine del lavoro, la discussione su virgola o puntini. I giovani - che per la maggior parte hanno abbandonato la scuola prima della maggiore età - hanno accettato di scrivere il libro, da soli, narrando il loro vissuto. Gli animi, i sentimenti, i lutti, il desiderio di costruire un avvenire da parte dei ragazzi sono descritti con potenza e con uno stile diverso per ognuno di loro. Joseph Ponthus dimostra che il lavoro educativo non può iniziare senza un legame di confidenza e fiducia reciproci e leggendo capiamo le modalità con cui si instaura questa relazione benefica. Il tempo, infatti, è il metro dell’educatore. L’importanza di questa relazione di confidenza è ripresa più volte nel libro. Per il reinserimento ci vuole molto tempo, per questi giovani che spesso hanno visto la prigione. Numerose sono le richieste di aiuto alla Missione locale o alle imprese di formazione per l’inserimento al lavoro, che possono aiutare dopo il carcere a reinserirsi e a costruire un avvenire. Ponthus ne è fiero, li accompagna e li aiuta a far valere i loro diritti, lasciando loro via via più autonomia in modo tale che possano riconoscere gli errori fatti, prenderne coscienza e responsabilizzarsi. Tra i tanti passaggi toccanti, ci sono le pagine in cui l’autore saluta i ragazzi prima di cambiare la sua sede di lavoro. Scomparso a soli 42 anni nel 2021, Joseph Ponthus, attivista, educatore, insegnante precario e operaio interinale, è conosciuto per il suo unico romanzo Alla linea del 2022, un capolavoro di scrittura working class.