Inghilterra, 2019. Il coach entra nello spogliatoio. La sua è una squadra di rugby speciale, formata da ragazzi cresciuti in uno dei quartieri più difficili di Catania, Librino. Il silenzio è pesante, fuori piove - come sempre in Inghilterra, e i giocatori siedono tesi sulle panche fredde. L’allenatore li osserva: sa da dove vengono, conosce le crepe dei palazzi, la povertà, l’abbandono e l’attrazione della microcriminalità che li circonda a casa. Ricorda anche come in tanti li abbiano considerati “ragazzi di periferia” destinati alla sconfitta. Ora, a pochi chilometri da Manchester, stanno per affrontare i Bolton Rugby Club, una delle formazioni più organizzate che abbiano mai incontrato. Il coach sa che non è “solo una partita”: è l’occasione per dimostrare chi sono. Raggiunge il centro della stanza e chiede ai ragazzi di guardarlo. All’inizio nessuno alza lo sguardo, poi, uno alla volta, sollevano la testa: Santo per primo, quindi Rocco e via via gli altri. L’allenatore ricorda loro la strada fatta: allenamenti sotto la pioggia, trasferimenti in furgone, risate e sconfitte, la fatica di chi a Librino è sempre stato dato per perdente. Spiega che si trovano tutti lì non per scontrarsi contro un avversario, ma contro la voce interiore che continua a ripetere che non ce la faranno. Le facce cambiano, si accende una piccola fiamma. Il coach rievoca l’esordio della squadra, avvenuto anni prima, quando non avevano neppure un campo e si arrangiavano in un parcheggio con un vecchio furgone. Ora sono in Inghilterra perché si sono guadagnati ogni centimetro. È arrivato il momento, quindi di urlare la propria identità: «Siamo i Briganti di Librino». Rocco si alza e batte il pugno sul petto; lo imitano Carlo, Santo e poi tutti gli altri. La porta si apre sul rumore della pioggia: sono pronti…

Un parcheggio sconnesso, un furgone malandato e una palla ovale che rimbalza dove vuole: da qui parte Noi siamo i Briganti, romanzo ispirato a una storia vera che trasforma il rugby in un’educazione sentimentale alla vita. Siamo a Librino, quartiere difficile di Catania dove cemento, povertà e microcriminalità sembrano scrivere in anticipo il destino dei ragazzi. Franco e Paolo, due allenatori testardi, decidono di contraddirlo: mettono insieme una squadra, i Briganti, e offrono ai ragazzi un luogo di regole, appartenenza e possibilità. La voce di Marco, orfano di madre, è il cuore del racconto. In lui il rugby diventa grammatica morale: cadere, rialzarsi, avanzare insieme. Il romanzo non indulge in retorica: mostra allenamenti sotto la pioggia, trasferte improvvisate, sconfitte che bruciano e piccole vittorie che cambiano lo sguardo. La squadra non è decorazione narrativa ma comunità concreta: compagni che si tirano su per le spalle, allenatori che sanno pretendere e abbracciare. La frase–manifesto “non si gioca per battere l’avversario, ma per zittire la voce che ti dice che non ce la farai” sintetizza perfettamente l’asse psicologico del libro. Rattaro fa dell’ambientazione, che vive e respira, uno dei fulcri della storia: Librino è un labirinto di ferite, motorini e balconi che diventano controcampo del campo da rugby. Il ritmo è teso e caloroso, capace di alternare il pathos della partita alla tenerezza dei legami; la dimensione collettiva prevale sull’eroe solitario, e questa scelta rende il messaggio più credibile e interessante. L’autrice ricorre all’utilizzo di una lingua limpida, accessibile, che parla ai lettori giovani senza semplificare la durezza del contesto. Una lettura avvincente, un inno alla responsabilità reciproca: lo sport come argine e come trampolino, la squadra come famiglia scelta. Un romanzo che fa venire voglia di scendere in campo, qualunque sia il campo di ciascuno.