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Noi siamo qui

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“Gemma, tu con i maschi proprio zero”. Ha ragione Paula, l’estroversa amica brasiliana che con lei e Matei sta trascorrendo qualche ora al sole nel parco, dopo aver mangiato insieme un panino dalla Zozza all’uscita da scuola. Gemma vorrebbe davvero essere come Paula, soprattutto nell’approccio con i ragazzi; magari la smetterebbe di fissare Matei – madonna quanto è carino! – sognando ad occhi aperti, senza avere il coraggio di dirgli quello che prova. E invece lei è timida e riservata, e non si è mai trovata a suo agio nei gruppi numerosi. È proprio per questo che i suoi migliori amici sono tre ragazzi stranieri, arrivati nella sua classe al Liceo Italo Calvino qualche tempo prima. Con loro ha stretto subito amicizia e poi sono diventati un quartetto molto affiatato. Oltre a Paula, scaltra, sempre pronta a dire quello che pensa senza filtri e fidanzata col bel ecuadoriano Javier, “il tipo più fico della scuola”, c’è appunto Matei, arrivato dalla Romania, bruno e con gli occhi azzurri, che le fa battere il cuore e che al momento è “soltanto” il suo miglior amico. Dal gruppo quel giorno manca la bella ed elegante Raya, che viene dal Pakistan e lavora in una gelateria per aiutare sua madre. Loro due, con un’altra sorella maggiore, sono scappate dal loro Paese per sfuggire ad un uomo, padre e marito violento e autoritario, che, forte della protezione delle leggi locali, poteva decidere come voleva delle loro vite. In Italia hanno finalmente cominciato a vivere da donne libere e la sorella di Raya adesso si è trasferita a Londra dove, proprio in quei giorni, è stata raggiunta da sua madre perché in procinto di sposarsi. Ad un tratto i ragazzi si rendono conto che l’amica non li ha raggiunti come invece aveva promesso, e quando ci provano non riescono neppure a contattarla al cellulare. Che fare? Sanno che Raya sta andando ogni giorno a trovare Mimosa Banti, la signora settantenne per cui lavora la madre della ragazza e che lei sta aiutando in questi giorni in cui è sola con la spesa e qualche faccenda in casa. La donna è mite e gentile e non esce di casa da diversi anni e vuole molto bene a Raya, le è affezionata ed è molto preoccupata anche lei perché dal balcone l’ha vista andar via con uno strano tipo alla guida di un furgoncino. L’unica persona che viene in mente ai ragazzi che possa essere loro d’aiuto è il professor Pietro Candore, detto Pietrone per la sua notevole stazza, il mediatore culturale che dà una mano ai ragazzi stranieri, a dispetto del suo aspetto gentile e generoso e dal grande cuore. Ma da dove cominciare a cercare Raya? Come è possibile che sia sparita nel nulla?

Per la prima volta, dopo tre romanzi molto diversi tra loro ma ricchi di emozioni e pathos, Giovanni Pannacci – scrittore, docente specializzato nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri – scrive una storia per ragazzi, destinata ad adolescenti dai tredici anni in su ma assolutamente godibile anche per un lettore adulto. Si tratta di una vicenda di amicizia, amore e solidarietà che parla di legami forti e appassionati come solo possono esserlo tra i più giovani, ma è anche una storia di inclusione, solidarietà, accoglienza e diritti umani. Tra le pagine del romanzo si avverte che l’autore ha confidenza con i ragazzi e con i giovani stranieri in particolare. Ha detto infatti in un’intervista, a proposito della genesi della storia: “Ad un certo punto sentivo che avevo voglia di leggerezza, di storie adolescenziali, aggiungendo i temi dell’integrazione che fanno parte di me e che sono sempre più attuali”. Ed è questa leggerezza – che assomiglia tanto a quella di cui parla Italo Calvino, ovvero “non avere macigni sul cuore” e non “superficialità” - che si respira durante la lettura, anche se nella vicenda, e nelle vite dei protagonisti, ad un certo punto si fa strada un piccolo mistero, una sparizione drammatica che però – si avverte subito – ha già il sapore del lieto fine. Perché questa è una piccola storia che sembra una favola dei nostri giorni, piena di quella speranza e di quei buoni sentimenti disinteressati che qualche volta ci mancano nella realtà. In questo romanzo, infatti, l’amicizia e i legami vincono la prepotenza degli adulti, le sconfitte più o meno definitive di chi si è arreso, la stolida ostinazione di chi non sa guardare oltre i propri orizzonti risicati, anche nei luoghi aperti per definizione come dev’essere la scuola. “La scuola è un luogo fantastico – dice Pannacci – È dei ragazzi e delle ragazze, democratico per eccellenza”. Ma sappiamo bene che anche lì, talvolta, c’è poca empatia ed elasticità mentale, trova spazio piuttosto la tendenza a mantenere schemi rigidi, stereotipati e poco inclusivi. Nel romanzo non mancano quindi nemmeno stoccate, più o meno ironiche, ad un certo tipo di insegnati e a certa scuola poco propensi alle aperture e, si intuisce, probabilmente non estranei all’esperienza dell’autore. I ragazzi di Pannacci, invece, hanno la forza dei loro anni a convincerli e a convincerci che ci sono altri modi per vivere anche la scuola e il rapporto con gli altri, che siano adulti in generale o docenti, ad insegnarci che il timore, il senso di inadeguatezza che accomuna quasi tutti da adolescenti (ma spesso anche da adulti) - a maggior ragione quasi connaturato a quei ragazzi che si ritrovano a vivere in una realtà diversa da quella del proprio paese di origine – possono esse e affrontati con l’aiuto degli altri, aprendosi, quindi, e vincendo la tentazione di blindarsi in se stessi. Una bella storia da far girare nelle scuole, che possa esser di aiuto in certi casi in cui è necessario sentirsi dire che è possibile anche ciò che sembra non esserlo, perfetta per i giovani ma consigliata anche agli adulti.