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In nome del popolo televisivo

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Quando è cominciato tutto questo essere sommersi dalla cronaca nera in tv e a qualsiasi ora del giorno? Una data precisa non c’è, ma c’è l’identificazione del periodo in cui si è cominciato a vedere il fiorire di mille programmi della cosiddetta “tv del dolore”. Quarto grado, Chi l’ha visto, Domenica Live, Mattino cinque, La vita in diretta... Tutto comincia con il delitto di Cogne, il 30 gennaio 2002, con la morte del piccolo Samuele Lorenzi e la successiva incriminazione e condanna della mamma, Annamaria Franzoni. Sì, ci sono altri piccoli esempi nel tempo precedente, ma niente ha mai avuto la stessa intensità e lo stesso accanimento. La tv, nonostante le tante regole che si è data (a cominciare dai codici dei giornalisti) da aggiungere alle leggi dello Stato, va avanti come un treno sulla strada delle cattive pratiche: fatti di cronaca nera, drammi personali e collettivi e chi più ne ha più ne metta tra omicidi, abusi, stupri, scomparse, tragedie familiari con relative false segnalazioni, risvolti poi non così clamorosi, accanimento mediatico, in barba ai richiami all’etica e soprattutto al rispetto delle persone coinvolte e a quelle che stanno guardando. Ma quello che sorprende ancora di più - e che, in un certo senso, appare più grave - è la spettacolarizzazione degli eventi tragici, al punto che anche gli addetti ai lavori, tra magistrati, inquirenti, consulenti a vario titolo di tribunali e forze dell’ordine, diventano quasi le nuove star, con ospitate continue. Per quanto riguarda la tv, tutto si è deteriorato ulteriormente in nome dello share ed evidentemente questo nuovo genere di infotainment ripaga alla grande. L’espediente sembra essere l’annuncio di una svolta nelle indagini che ovviamente spesso non c’è, o se c’è, è diluita in varie puntate. Perché l’inizio è identificato con il delitto di Cogne? Perché Annamaria Franzoni non si risparmia nessuna ospitata, nessuna intervista e, con lo share raggiunto, Bruno Vespa inizia a usare “i plastici”...

Da anni ormai si afferma che questa tv è ormai insopportabile e ancora di più in questo periodo nel quale lo sguazzare pomeridiano sulla cronaca sembra proprio peggiore del solito, al punto che chi non subisce passivamente l’infotainment, se ne chiama fuori e alla tv accesa preferisce un libro. Sì, perché se ci si pensa bene è tutta colpa dello share che di per sé potrebbe rappresentare solo una mera soddisfazione professionale del presentatore/giornalista al momento in onda, ma che in realtà è la leva principale della pubblicità che non guarda più al target, quanto al numero di spettatori. Quindi tutto avviene “con la complicità” di un pubblico che, in mancanza di alternative, è costretto a sorbirsi quello che viene propinato, subendo anche “l’accusa” di chi si difende dicendo: “La gente vuole questo!”. Ed è diventato tutto talmente normale che gli stessi parenti delle vittime subiscono l’assalto di microfoni e telecamere, costretti a dire “che cosa provano” in quel preciso momento. Probabilmente a "indugiare” troppo su una cronaca trita e ritrita, proprio per tutto quanto detto sopra, sono anche gli autori del libro, ai quali va il merito di aver puntato il dito, cercando di richiamare all’ordine. Purtroppo per ogni vicenda di cronaca nera riportata hanno ripercorso tutte le tappe, spesso anche per “datare” le apparizioni televisive delle persone coinvolte. Fatto sta che c’è molto su cui farsi l’esame di coscienza, perché - attirato da uno o dall’altro delitto - alla fine ognuno si è appassionato a qualcosa e ha cercato di saperne sempre di più. Probabilmente è arrivato davvero il momento di dire basta a tutto questo, di lasciare i processi ai luoghi preposti, di non farsi più coinvolgere da falsi scoop e ostentazioni della condivisione di un dolore, da quelle assurde domande del “Cosa prova?”. Cosa può provare un genitore a cui hanno ucciso il proprio figlio? Basta ai tanti, troppi, “biscottini inzuppati” con avidità negli eventi tragici della vita di tutti i giorni. Che l’informazione sia informazione e l’intrattenimento, intrattenimento: la promiscuità è solo un pot - pourri che in questo caso non profuma affatto.