Salta al contenuto principale

Non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte

Un uomo in ospedale. Si tocca il petto con entrambe le mani, in un gesto ripetitivo, lo sguardo fisso sull’unica finestra della stanza. Questa è l’ultima immagine che Ricardo conserva di suo padre. “Mio padre”, racconta, “è morto nel reparto cure palliative dell’Hospital de la Cruz Roja di Gijón nel pomeriggio del 12 giugno 2015. Aveva compiuto settantadue anni il giorno prima. Io non ero con lui”. Solo due anni più tardi, nel giugno del 2017, Ricardo sente di poter intraprendere la difficile impresa di scrivere dell’uomo di cui porta il nome. È necessario vincere la tentazione di trasformarlo in un personaggio letterario. Non dovrà sovrapporre suo padre ai padri altrui di cui ha letto. E soprattutto, dovrà scriverne con “un’onestà radicale”, far sì che la lente della scrittura non deformi la realtà. La prima parola che viene alla mente di Ricardo, quando pensa a suo padre, è “malattia”. Vede una persona eternamente malata – quasi un “malato professionista” – a partire dall’infarto che a soli trentotto anni segna la sua vita e quella di tutta la famiglia. Per l’undicenne Ricardo, la malattia del padre significa fare troppo presto i conti con la possibilità della morte. Significa paura, dolore, una grave ipocondria negli anni a venire. Significa aprire le porte alla “bestia più terribile e vorace che l’essere umano abbia creato nei secoli”, la colpa...

Un doloroso memoir e, trasversalmente, un lucido saggio sulla scrittura. Un ritratto da cui scaturisce un autoritratto. Difficile inquadrare in maniera univoca questo scritto di Ricardo Menéndez Salmón, affermato giornalista e scrittore originario di Gijón, nelle Asturie. “Questo libro” dice Salmón “non è un debito. Non è una vendetta. Neppure un omaggio. Questo libro è una necessità, una figura che devo scolpire, un marmo a cui devo strappare lo schiavo che racchiude al suo interno per liberarmi di lui una buona volta e poter andare avanti”. Il risultato è uno splendido amalgama di ricordi e fantasmi, di ferite dolorose e profonde, di echi di letteratura, cinema, poesia. L’elegia – mai patetica e perciò tanto più sincera – della vita paterna, di anni segnati dalle necessità della malattia, “nutrice dispotica”, dai veleni dell’alcol, da divieti e desideri mai realizzati, e al contempo fitti di narrazioni immaginarie e alternative di un passato da spia e “supereroe”, di ostinata determinazione a non andarsene docile – e qui, i primi versi della villanella del poeta gallese Dylan Thomas (“Non andartene docile in quella buona notte, / I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno; / Infuria, infuria contro il morire della luce”) che al libro prestano il titolo. Di combattere, ogni giorno, un epilogo già scritto. Il figlio racconta il padre e nel farlo (ri)conosce sé stesso e la scintilla che ha, per lui, illuminato la strada della scrittura, “una via d’uscita da tanta oscurità”. Non c’è banalità, non c’è giudizio o pretesa morale nella prosa di Salmón. Solo la volontà, alla fine dei conti, di rendere alla luce la verità di un padre. Di trovare pace nel riportare i mostri sulla terra: scovare l’inestimabile “tesoro dell’ambivalenza” celato nella complessità della vita. Il narratore di Gijón regala ai p j g lettori un breve e chirurgico gioiello, intimo, metaletterario, che prende gran parte della sua forza da una scrittura “crepuscolare”, lucida, elegante, ottimamente resa dalla traduzione di Claudia Tarolo. Una storia dalla durezza spesso senza sconti ma che è un piacere, a tratti struggente, accogliere.