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Non avevo gli occhi azzurri

Non avevo gli occhi azzurri

Catrinel ha appena cinque anni quando la madre le mette la chiave di casa al collo, legata ad un elastico sfilato da un paio di mutande vecchie, e le affida la sorellina Lorena di soli due anni. Nella Romania di inizio anni Novanta, quella immediatamente successiva alla caduta del regime di Ceausescu, le cose andavano così: genitori disperati che lavorano o si arrabattano da mattina a sera per portare qualcosa a casa per la cena, lasciando i figli da soli. Quando rimane incinta la madre di Catrinel ha appena sedici anni e, nonostante il matrimonio riparatore, lei e il marito sono costretti ad affidare la bambina a un săptămânal, una sorta di orfanotrofio in cui i genitori possono riprendersi i figli il sabato e la domenica. Solo dopo una brutta polmonite decidono di portare la bambina a casa, svezzandola a gran velocità affinché sia in grado di badare a sé stessa il prima possibile. L’infanzia di Catrinel trascorre così per le strade di Iasi, una cittadina al confine con la Moldavia che ben testimonia la miseria della Romania post-comunista: grandi viali ed edifici enormi, come quelli del quartiere popolare Nicolina, in cui abitano accatastate decine di famiglie e frotte di bambini; supermercati con tre scatolette scadenti per scaffale; mercati rurali in cui i ragazzini si aggirano furtivi per raccogliere qualche frutto caduto a terra. Catrinel impara molto presto a cavarsela da sola tra scorribande di bambini, di cui spesso è leader, incursioni negli orti dei vicini per rubare ciliegie o pomodori, scappatelle che, quasi per miracolo, non finiscono mai in tragedia. Cresce come un maschiaccio, non preoccupandosi del suo aspetto fisico, convinta che “per essere belli bisognasse avere gli occhi azzurri”, che lei non ha. Il padre, ex atleta di interesse nazionale premiato dallo stesso Ceausescu, spinge le figlie a buttarsi a capofitto nello sport: le due ragazze si allenano fino allo sfinimento a casa e in palestra, sperando di trovare nella pratica sportiva il loro riscatto. Ma le cose per Catrinel dovevano andare diversamente. Una sera dopo gli allenamenti all’uscita della palestra un tizio dall’aria perbene e dallo sguardo attento le si avvicina e le rivolge la domanda che le cambia la vita: “Vuoi fare la modella?”...

Catrinel Menghia Marlon, dopo un’esperienza da atleta (ha vinto un bronzo e un argento ai campionati nazionali nella 400 metri ostacoli), viene scoperta a soli sedici anni da un agente di moda a Bucarest e lanciata nel mondo delle passerelle. Nel 2001 ottiene il secondo posto al concorso Ford Supermodel of the World Contest, raggiungendo così la fama internazionale. È stata il volto di importanti maison, tra cui Giorgio Armani. Dal 2011 ha intrapreso anche la carriera di attrice, recitando in diversi film tra cui La città ideale di Luigi Lo Cascio. In Non avevo gli occhi azzurri Catrinel ripercorre la propria infanzia e adolescenza in un centro semirurale della Romania di inizio anni Novanta: le condizioni di povertà estrema in cui versa la maggior parte della popolazione, le difficoltà dei genitori, forse troppo giovani per affrontare la responsabilità di crescere una figlia, i condizionamenti della dittatura, ancora molto forti nonostante la caduta del regime, costringono la piccola Catrinel a vivere esperienze forti e spesso drammatiche, spingendola a gesti che si giustificano all’interno di una vera e propria lotta per la sopravvivenza, poiché “crescere in Romania negli anni Novanta significa crescere da soli, abbandonati a sé stessi”. Alternando il racconto di fatti passati con incursioni nella sua vita presente, la Marlon riesce a trasportarci in due universi paralleli, quello crudo e opprimente della sua infanzia nel paese di origine e quello splendido e lussuoso delle passerelle, facendoci avvertire il suo stesso spaesamento di fronte alle due anime che convivono dentro di lei: Catrinel si sorprende a pensare che da bambina non avrebbe potuto nemmeno immaginare l’esistenza degli ambienti e degli abiti eleganti in cui poi avrebbe lavorato; così come oggi le sembra impossibile aver vissuto un'infanzia in un luogo in cui le arance si vedevano solo a Natale ed era impensabile sprecarle per una spremuta. Raccontando un pranzo a Cannes, in cui si trova improvvisamente seduta tra Nicole Kidman e Steven Spielberg, Catrinel afferma: “Tutto quel lusso, tutta quell’abbondanza, tutta quell’ostentazione di certo non mi appartengono ma nemmeno la vita che ho vissuto da bambina mi pare più mia... Credo di aver sofferto tanto, ma senza accorgermene”. Forse è proprio grazie alle tante prove affrontate durante l’infanzia che Catrinel è riuscita ad arrivare “dalla periferia di Iasi alle passerelle di New York, al red carpet di Venezia e alle sale di Cannes”, emergendo in un mondo tanto diverso da quello delle sue origini, ma spesso altrettanto spietato, con la consapevolezza e allo stesso tempo il desiderio di rimanere “la ragazza che al collo portava una chiave, appesa a un elastico”.