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Non avrai altro dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare

Non avrai altro dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare

Sottotitolo in copertina: La buona novella di Fabrizio De André 50 anni dopo. Per chi dovesse già conoscere l’opera del cantautore genovese, basta anche solo il titolo ad evocare tutto. Perché altro non è che l’incipit del brano Il testamento di Tito, nel quale si dà voce a uno dei due ladroni crocefissi accanto a Gesù attraverso le liriche che forse rendono meglio il senso più profondo del “concept album” La buona novella, che De André pubblica nel 1970. L’opera consiste in una rilettura della storia del Nazareno attraverso la lente d’interpretazione dei vangeli apocrifi. Nel brano citato, assistiamo ad un esame critico dei “Dieci comandamenti” nella soggettiva del ladro condannato a morte il quale, nella sostanza, va ad incarnare egli stesso il sentimento che, secondo la dottrina di Gesù, anima il principio Divino ancor più importante delle Leggi scolpite sulle Tavole: “Il settimo dice non ammazzare / Se del cielo vuoi essere degno / Guardatela oggi, questa legge di Dio / Tre volte inchiodata nel legno / Guardate la fine di quel nazzareno / E un ladro non muore di meno”. Al termine delle sue riflessioni volte a confutare la “Legge di Dio” che il potere degli uomini piega a proprio uso e consumo, il ladrone regala la propria anima e il proprio sentire a quello che è l’insegnamento rivoluzionario e fondamentale di Cristo: sentendo che si sta approssimando la fine terrena (“Ma adesso che viene la notte ed il buio / Mi toglie il dolore dagli occhi”), Tito si abbandona ad una profonda e disinteressata compassione, empatia, pietas e ripudio della malvagità dicendo: “Io nel vedere quest'uomo che muore / Madre, io provo dolore / Nella pietà che non cede al rancore/Madre, ho imparato l'amore”. Con questo brano si conclude, seguito dall’emblematico sigillo del Laudate hominem (bada bene, non di un “Laudate Dominum”), la composizione cristologica deandreana la cui stesura, tesa ad umanizzare quanto più possibile la figura di Gesù, era iniziata nel ’69. Attraverso tale interpretazione, la filosofia di Cristo si fa ancora più grande, potente e ammirabile. “Gesù di Nazareth secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”. E non è un caso che questo capolavoro esegetico e letterario - più che musicale - si sia alimentato con le fiamme accese nel ’68...

Nel pensiero comune, l’aggettivo “apocrifo”, ha un’accezione dispregiativa. Quindi inconsciamente la definizione “Vangeli apocrifi” finisce con l’essere identificata come sinonimo di Vangeli falsi, abusivi: non è così. “Apocrifo” deriva dal tardo latino apocrŷphus, mutuato dal greco ἀπόκρυφος il cui significato è “occulto, segreto” e la cui radice viene da ἀποκρύπτω (nascondere). Ergo: “Vangeli nascosti”. E nascosti da chi? Senza cadere in complottismi da contro-storia d’accatto alla Dan Brown, diciamo però le cose come stanno, fatti storici alla mano: tra le tante “biografie” di Yehoshua Ben Youssef (sì, si chiamava così e no, non era biondo), fu la Chiesa fattasi ormai Istituzione a decidere, nei secoli a venire, quali scritti andassero bene e quali no. Quali fossero quelli editati da Dio e quali no. Ma siccome Dio era tanto occupato, i Padri della Chiesa gli fecero il favore di prenderne quattro (i cosiddetti “canonici”) e di editarli loro al posto suo. Una scelta operata da una casta sacerdotale e potentata, esattamente come quella che qualche secolo prima aveva guardato al Nazareno come si guarda il fumo arrivare negli occhi. In una società, la nostra, che si professa con sempre maggiore impeto identitario “cattolica”, quanto si conosce di cristianesimo? Quanto si sa sull’origine di scelte istituzionali e di potere percepite invece come “Sacre” e intoccabili? Quanti sedicenti “cristiani”, magari di quelli che amano solo le messe frequentate dalla “gente per bene” in costosi abiti eleganti e macchine di grossa cilindrata parcheggiate fuori dalla chiesa, sanno che, al pari dell’esclusione di tanti vangeli, tante altre decisioni furono decise a tavolino da un Potere tutto umano e politico, quello stesso Potere che Cristo avversava? Un esempio? il dogma della “Immacolata concezione”. Fu deciso nel 1854 (storicamente parlando, pochi giorni fa) da un “Papa Re”, nessun prete potrà contraddirmi. La maggior parte dei ferventi -a parole- devoti, con tanto di rosario e madonnine da ostentare, non sa nemmeno che dottrinalmente questo dogma non ha nulla a che vedere con il concepimento verginale di Yehoshua da parte di Miryam (sì, si chiamava così e no, non aveva gli occhi azzurri nemmeno lei). Nulla a che vedere con la verginità della “Vergine”. L’ultimo “Papa Re”, Pio IX, sarà anche quello che, sempre a tavolino ma non a caso -era il 1870, bersaglieri alle porte - stabilirà il dogma della “Infallibilità papale”. Bene: De André invece era uno che ragionava, studiava ed elaborava. Apparteneva a quella categoria di persone, magari non devote ma bensì spirituali, che non si sente affatto rassicurata da dogmi e dogmatismi buoni per i ciechi. Come quei ciechi ai quali Yehoshua (questo è il senso della “gnosi”, la conoscenza), donava la vista. Da buona testa pensante, De André pensò bene –per l’appunto- di leggersi tutte le biografie possibili di Cristo. “Avevo urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo” dirà. Aveva ben capito che i due concetti che superficialmente vengono recepiti come sinonimi, sono spesso antitetici. Basta studiare un po’ per constatare che le varie elaborazioni cattoliche sono più che altro derivate dal pensiero di S. Paolo (che poi si chiamava Saul...), cittadino romano ansioso di far piacere quella filosofia anarchica e pericolosa al Potere imperiale. Ci riuscirà con la solita formula: adottare un movimento destabilizzante per l’ordine costituito, assorbirlo, farlo proprio ed “addomesticarlo”; lo stesso accadrà con il francescanesimo (Umberto Eco ce lo ha illustrato in più modi). Con Non avrai altro dio all’infuori di me, Mario Bonanno si discosta leggermente dalla sua produzione incentrata soprattutto sul cantautorato sociale. Stavolta siamo di fronte a un testo elaborato ed elevato che si pone al crocevia tra Saggio filosofico, politico, musicale, esegesi delle Scritture e Trattato di poesia. Sì, poesia, perché probabilmente De André – assieme a Guccini, direi - è stato anche il cantautore che più ha privilegiato la parte dedicata alla composizione dei versi nel rispetto accademico di metrica e rima con la grande virtù di non aver mai sacrificato l’efficacia dei concetti nonostante il percorso obbligato della forma. Qualche limite musicale, questo sì. “Faber” non riuscì mai a superare – ma neanche eguagliare - in questo, Georges Brassens, sua primaria fonte di ispirazione. E fu un peccato svilire spesso versi così ispirati con soluzioni melodiche ed armoniche abbastanza scontate e con arrangiamenti bruttini (la chitarrella country de Il Testamento di Tito è veramente fuori luogo, ad esempio). Ecco, con una parte musicalmente adeguata, La buona novella sarebbe assurta a Capolavoro assoluto.