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Non avrete il mio odio

È il 13 novembre 2015. Antoine Leiris è a casa con suo figlio Melvil di appena 17 mesi, mentre sua moglie Hélène Nuyal è uscita. Un messaggio insospettisce Antoine, mentre, a letto con un libro, attende il ritorno della moglie: “Siete al sicuro?”. D’istinto si alza, si precipita in salotto, afferra il telecomando e accende la TV. L’attentato allo Stade de France riempie lo schermo, mentre sotto, nei titoli che scorrono, legge la dicitura “Attentato al Bataclan”. Il teatro dove si trova Hélène. Mille cose gli passano per la mente: correre, andare a cercarla, magari rubando un’auto, in preda a un’urgenza tale che non gli fa comunque perdere la sua razionalità. Perché è bloccato, non può muoversi, c’è suo figlio che dorme. Prende il telefono e prova a mettersi in contatto con sua moglie. Il telefono squilla, ma poi scatta la segreteria e così per una, due, cinque, mille volte, mentre lui sprofonda nella più totale disperazione. Lo raggiungono il fratello e la sorella, insieme cercano notizie. Arriva anche la madre di Hélène. Lascia il bambino a dormire e va con suo fratello a cercare la moglie, ma il suo nome non compare in nessun elenco e nessuno sa dire dove sia. Il giorno successivo, mentre Melvil aspetta la sua mamma - anche se poi alla fine si addormenta con il suo papà dopo il consueto bagnetto, la cena, la storia letta dal papà un passo prima del sonno ristoratore, con la richiesta della mamma nel cuore, negli occhi, nelle poche parole che sa pronunciare, ancora nella speranza che prima o poi lei avrebbe chiamato e sarebbe apparsa per finire con l’ultima strofa quella canzoncina che ora sta cantando papà da solo - squilla il telefono e la sorella di Hélène dichiara: “Antoine, mi dispiace, mi dispiace tantissimo”...

Struggente, di un dolore e una malinconia unici! Il breve libro scritto subito dopo la tragedia del Bataclan, il locale parigino in cui morirono novanta persone, falciate dai colpi di un commando di terroristi legati all’Isis, mette in evidenza la confusione, lo stordimento, le reazioni legate a un fatto di una violenza inaudita, cieca e gratuita, ma soprattutto un evento improvviso che piomba su una famiglia ignara, su bimbi inconsapevoli, su convivenze appena iniziate. La lucidità di Antoine, nonostante tutto, con la quale affronta tutto il crollo intorno a sé, stringendosi con forza al piccolo Melvil, quasi appoggiandosi a lui e al tempo stesso proteggendolo e difendendolo, arriva dritta al cuore e dona forza anche al lettore, insegnando a non vivere di rancore, pur nella profondità del dolore stesso, per cui si vorrebbe essere seppelliti stretti alla persona amata e perduta a causa di mano ignote che ce l’hanno tolta per sempre. E sarà forse per romanticismo, o per pura utopia, ma non è difficile ritrovarsi a chiedersi: ma se gli autori dell’attentato al Bataclan leggessero tutto questo dolore, così composto pur se profondo, queste considerazioni dignitose, prive di odio nei confronti dei terroristi, queste intenzioni di guardare avanti, in barba e nonostante il loro folle gesto che li ha privati di un elemento così importante, così amato, come dovrebbero sentirsi? Falliti? Immondi? Sbagliati? Chi può dirlo se c’è un briciolo di cuore che batte nel loro petto? Certo è che noi, invece, ne traiamo molti spunti, per profonde riflessioni sulla vita.