Salta al contenuto principale

Non dire una bugia

Non dire una bugia

Dopo vent’anni il trauma non accenna a scomparire. E alle 3:14 di quella stessa notte urla durante il sonno. In realtà, se ne accorge soltanto perché suo marito, addormentato fino a un attimo prima accanto a lei, le dà una gomitata. Lui non sa nulla. Accetta stoicamente e pazientemente i silenzi e le omissioni di sua moglie. Forse non è per niente interessato alla sua storia o magari preferisce non sapere, non andare a scavare in un passato che potrebbe ferirli entrambi. Lei, dal canto suo, si limita a susurrargli un laconico: «Ho fatto un brutto sogno, tesoro. Penso che fosse legato alle cose che mi sono successe da piccola». Fine del discorso. Ma lei ricorda benissimo cosa è accaduto quella notte di venti anni fa. Era poco più che una ragazzina, ma sentiva che prima o poi sarebbe successo. Aspettava quel momento, sapeva che ormai era solo questione di tempo. E quella notte, proprio alle 3:14, l’uomo che stava per cambiare per sempre la sua infanzia era entrato nella camera e si era avvicinato al suo letto, in silenzio. Lo stesso silenzio in cui lei si era rintanata, limitandosi a fissare con insistenza le cifre luminose sul display della sua radiosveglia, lasciando che quei tre numeri si imprimessero per sempre nella sua memoria. “Nuovi inizi. Confessioni di una sopravvissuta”: è questo il titolo del suo blog. Sono passati ormai sette mesi da quando l’ha aperto, scegliendo il titolo con non poco autocompiacimento. Da allora non sono mancati i commenti di persone che in qualche modo cercano di empatizzare con lei per i suoi post così intimi e personali, di coloro che la ringraziano perché in lei vedono un esempio da seguire. E poi ce n’è uno che, nonostante l’anonimato dietro cui si nasconde, sa perfettamente chi è l’autrice di quei post. E, attraverso i suoi commenti, la sta chiaramente minacciando di morte...

Alafair Burke, figlia d’arte del celebre giallista statunitense James Le Burke, ha iniziato la sua carriera come avvocato penalista, per poi specializzarsi come autrice di romanzi crime e thriller psicologici. Non dire una bugia è il quarto volume della saga che racconta le avventure di Ellie Hatcher, detective della NYPD, che al momento consta di sei volumi negli Stati Uniti, purtroppo non tutti editi in Italia. In ogni caso per poter apprezzare questo o gli altri libri che vedono Ellie Hatchet protagonista, non occorre aver necessariamente letto tutti gli altri capitoli. L’ambientazione newyorkese è, come in altri della Burke, fortemente presente. Questa, però, è la New York dell’eccessiva ricchezza e del privilegio di classe, in cui i protagonisti non si preoccupano di nascondere la loro condizione agiata e di sbatterla in faccia anche – e soprattutto – a chi non appartiene alla loro classe. Lo scintillio e lo sfarzo che circonda uomini e donne sono, però, una mera facciata, dietro la quale si nascondono genitori che non conoscono nulla delle vite dei propri figli, coniugi che si nascondono a vicenda importanti bugie e vecchi traumi che tornano prepotentemente in superficie. Come nelle altre opere della Burke, anche in Non dire una bugia nulla è come sembra e l’intreccio di più indagini che corrono su binari paralleli contribuisce a creare maggiori suspense e coinvolgimento nel lettore. Questo gioco di specchi appare chiaro fin da subito: la ragazza che viene ritrovata morta nella vasca da bagno si è chiaramente tolta la vita. Eppure, il fiuto della detective Hatcher la porterà a scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora, che punterà inesorabilmente gli obiettivi sulla gabbia dorata di quella élite privilegiata che, a ben pensare, nasconde soprattutto tante, troppe ombre.