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Non è questo che sognavo da bambina

Non è questo che sognavo da bambina

Ida si rende conto di essere in ritardo solo quando è già in metropolitana, stretta come una sardina tra diversi esemplari del milanese tipico: labbra strette e occhi appannati, Airpods alle orecchie e sguardo fisso sullo smartphone. Ida fatica a reggersi in piedi, il vino della sera precedente ondeggia nel suo stomaco, assecondando le curve dei binari della metro. Forse avrebbe dovuto evitare di celebrare in maniera così eclatante - parecchi calici di Morellino - l’addio al “disoccupalato” insieme all’amica Connie, ma tant’è. Sta di fatto che il suo ingresso nella vita adulta comincia non proprio nel migliore dei modi: in ritardo, con i postumi di una sbronza da pessimo alcool, una sete che la sta logorando e la strisciante sensazione di non averne azzeccata una. Anche tirare fuori il cellulare e aprire la chat di Dario, il suo ex, non è il massimo. La chat è vuota - ha già cancellato tutti i messaggi - e quel vuoto le dà la sensazione che la sua storia con Dario sia ancora una pagina bianca e immacolata, tutta da scrivere. Ma la realtà è ben diversa e lei a Dario non deve assolutamente scrivere. Ormai è storia passata, si ripete come un mantra. Nel nuovo ufficio stringe più volte mani di sconosciuti, presentandosi. È stata accettata, per un periodo di praticantato, presso la Meeto, un’agenzia di comunicazione in cui si fa digital marketing e, come sottolinea Gianluigi Marchetti - l’interviewer con cui ha sostenuto il colloquio che le ha permesso di accedere allo stage -, lo si fa molto bene, lasciando spazio a ogni talento e a ogni competenza. Nello specifico, Ida dovrà occupare il ruolo di community manager ma anche content creator e social media manager. Se necessario, poi, copywriter e ufficio stampa. Nella sua mente, il vuoto assoluto. D’altra parte, non è la prima volta che si candida per un ruolo senza possedere alcuna competenza per svolgerlo. In realtà, fino a pochi mesi prima frequentava la Civica scuola di Cinema e il suo sogno era quello di diventare una sceneggiatrice...

“C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. L’aforisma di Leonard Cohen condensa il contenuto del romanzo d’esordio di Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio - si sono conosciute presso la Scuola Holden di Torino; si occupano di social, comunicazione ed editoria - che raccontano, con ironia e grande talento, come la vita non sia un mosaico fatto di tessere che si incastrano alla perfezione e senza difficoltà, bensì un’accozzaglia di tasselli che, messi uno accanto all’altro, lasciano fessure più o meno profonde e magari non bellissime da vedere. Ma è proprio lì, in quegli anfratti, che si nasconde la meraviglia. È nei compromessi, nei fallimenti, nella capacità di adattamento, nella rimodulazione dei propri sogni che si impara davvero a vivere e a sentirsi realizzati, anche se, a volte, si è costretti a stringere i denti e a dover confessare: “Però fatemelo di’: non è questo che sognavo da bambina. Pensavo che avrei fatto qualcosa di meaningful e disruptive e invece sono finita a dire parole come meaningful e disruptive. Mi resta un’unica gioia, lamentarmi”. La protagonista del romanzo, Ida, è una fuorisede come tante catapultata a Milano - città ostile e grigia di giorno, ma accogliente di notte quando basta per annegare nell’alcool il dolore di un amore interrotto o la frustrazione per un lavoro che non è quello che si è sempre sognato di fare - e impiegata, come stagista, in un’occupazione precaria che mastica inglesismi con scioltezza, ma non conosce il linguaggio del lavoro di gruppo; è una coinquilina come tante che ha studiato per diventare sceneggiatrice, ma è stata costretta a cambiare obiettivo in corsa, accettando di occuparsi di social media e riponendo i suoi sogni in un cassetto chiuso a chiave, a doppia mandata. Ida deve imparare a cavarsela senza rinchiudersi a piangere nel bagno dell’ufficio; deve scegliere se diventare squalo - come molti dei suoi colleghi, quelli più avidi e con più pelo sullo stomaco - o accontentarsi di essere un pesce palla, agguerrito con i nemici, ma malleabile con gli amici e pericoloso solo se occorre; deve ritagliarsi il proprio spazio in un sistema che è tutt’altro che perfetto; deve superare la sua paura di non essere abbastanza. E deve fare tutto questo senza autocommiserazione, accettando di mettersi in gioco senza mai dimenticare che i suoi sogni sono lì, nel famoso cassetto, e le parlano, per farla sentire viva. Ida rappresenta egregiamente il cammino di ogni venticinquenne verso l’età adulta, quella in cui si cerca di trovare la migliore armonia possibile tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere; quella in cui, tra un aggiustamento e l’altro, si abito il proprio spazio, continuando a credere nel proprio talento e a inseguire i propri desideri.