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Non è vero ma ci credo

Non è vero ma ci credo
Sono molte e varie le falsificazioni fotografiche e cinematografiche che hanno operato una vera e propria mistificazione storica e politica lungo gran parte del XX secolo. Dalla celebre foto dell'espugnazione di Porta Pia nel 1870 sino a quella, altrettanto falsificata, che immortala la conquista dei marines americani di Iwo Jima, nella Seconda Guerra Mondiale (già demitizzata da Clint Eastwood nel suo “Letters from Iwo Jima”), la storia del Novecento è ricca di vere e proprie messinscene replicate per il solo beneficio dell'obiettivo fotografico (e della memoria visiva del secolo). Anche il cinema si è visto affidare l'ambigua responsabilità di costruire dubbie biopic, tra l'agiografico e il manicheo, di personaggi illustri della politica del suo tempo, finendo per offrirne un ritratto ben distante dalla verità storica (basti citare la mitografia cinematografica staliniana ad opera di Caureli)...
Proprio su questi casi di falsificazione storica si concentra il testo critico di Paolo Pillitteri, ex-sindaco di Milano (1986-1992) e docente di Storia del cinema allo IULM, rivolto a classificare le tantissime riletture storiche da parte del cinema: si va dal Watergate alle fosse di Katyn, dal Vietnam al mistero irrisolto di Ustica, dalle gesta mussoliniane al caso Moro. Ma per quanto in Non è vero ma ci credo (che prende in prestito il titolo da una celebre commedia di Eduardo De Filippo) Pillitteri sia abile nel passare in rassegna i diversi esempi grazie ad una prosa elegante e piacevole, non si può negare la vistosa univocità che contraddistingue la sua analisi, e che finisce tanto per ridimensionare il saggio di cinema a mero pamphlet politico quanto per tradire gli stessi presupposti analitici sui quali vorrebbe fondarsi. E' curioso come metta in dubbio qualsiasi ipotesi storiografica “complottista” su Salvatore Giuliano o sul caso Moro, mentre non ha praticamente esitazioni, dall'altra, nel credere nella dubbia verità della Sindone, senza neppure premurarsi di giustificare tale aprioristico atto di fede. Com'è curioso, ad esempio, che parli di “lettura ideologizzante della realtà” a proposito de “Il Divo”, o dell' “immaginetta votiva” con cui si è soliti rappresentare in televisione e al cinema Gramsci, mentre non si esprima minimamente, per dire, sul “Barbarossa” di Martinelli o sui mondo-movies di Jacopetti. Più in generale, Pillitteri si accanisce in special modo contro il presunto revisionismo politico di tanti cineasti italiani e contro l'incontrastata “egemonia culturale della sinistra”, svelandosi più che altrove quando parla di “In nome del popolo italiano” di Risi come film anticipatore del “neogiacobinismo” di Mani Pulite, forse perchè, essendo uno dei parlamentari scottati da Tangentopoli (una condanna a 4 anni per ricettazione), ha la necessità, qui sì revisionista, di tornare su quegli stessi eventi. A risollevare l'interesse nel libro, in chiusura del volume, ci pensa un approfondito ricordo-omaggio in forma di appendice a Luca Comerio, fotoreporter milanese d'inizio secolo nonché dimenticato pioniere del cinema.