Salta al contenuto principale

Non esisto

nonesisto

Quando Maria esce di prigione è estate: “fuori” non c’è nessuno ad aspettarla e il numero di telefono che sua sorella le aveva lasciato anni prima risulta inesistente. Non le resta che salire su uno degli autobus a tre cifre che prendeva da ragazza per andare a scuola e raggiungere la provincia, casa sua. Quello che la aspetta è una scatola di latta con qualche centinaio di euro, una bici arrugginita e le parole di suo padre “non farti più vedere”. Un nuovo cancello si chiude alle sue spalle, e Maria è consegnata a un destino di invisibilità, a una vita senza orizzonte, a una di quelle esistenze in cui, se smetti di esistere, non se ne accorge nessuno. In carcere almeno qualcuno si sarebbe accorto della sua assenza, le avrebbe rubato un pettine, avrebbe forse versato una lacrima. Ma Maria pedala, pedala per tre giorni, dorme nei campi, si lava nei bagni dei bar e riceve un po’ di aiuto dalle cooperative. Poi arrivano dei piccoli lavori, una casa condivisa con sette coinquilini, un cellulare con cinque numeri salvati in rubrica, persino un amore nuovo…

Autobus a tre cifre, carta stagnola ad avvolgere cibi, costruzioni di cartone per dare vita alla vita che si vorrebbe: Alberto Schiavone costruisce un romanzo per immagini frammentate. Conosciamo Maria attraverso i suoi ricordi, attraverso improvvisi bagliori che irrompono dal suo passato, ondeggiando tra pagine in cui la narrazione passa dalla prima alla terza persona senza soluzione di continuità. Sembra che la trama non ci sia, in questo romanzo, in questa vita di Maria in cui però le cose accadono, ma accadono tra la fine di un capitolo e l’altro: la vita in strada, il lavoro da netturbina, una casa dove dormire, un amore letteralmente trovato nella spazzatura. Schiavone non ci racconta il come e il quando, ci racconta il cosa, in uno stile aderente all’esistenza di Maria, senza sentimentalismi o giudizi morali. Non c’è spazio per le descrizioni accurate, per i dettagli, c’è spazio per le impressioni, per i ricordi più amari, per indizi funesti del passato, in cui si poteva già scorgere la durezza di ciò che sarebbe arrivato dopo. Nella dedica del romanzo, “A chi non sa dove andare”, c’è già tutto, ed è un colpo al cuore. Schiavone riesce a rendere credibile il suo personaggio, i suoi pensieri, le cose che le accadono, le domande che si fa, affidandosi nuovamente al femminile, dopo Dolcissima abitudine e Ogni spazio felice. Ci sono esistenze per cui semplicemente la libertà non esiste, non è contemplata. I sogni sono fatti di cartone, e c’è chi ti distrugge anche quelli, c’è chi ne costruisce di nuovi e chi decide che smettere di respirare, affondare, lasciarsi andare è l’unica cosa rimasta da fare.