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Non farti fottere

Non farti fottere

Sesso, educazione sessuale, pornografia. Termini assimilabili o lontani? Mondi conciliabili o agli antipodi? La pornografia ha origini lontane, lontanissime. Basti pensare alla stessa etimologia della parola che rimanda al sostantivo greco πορνή (pornè) che significa prostituta ma in senso assai più lato è promanazione del verbo vendere, a testimonianza di un concetto che l’umanità tramanda dalla notte dei tempi e che si avvita attorno a un significato fondamentale: la riduzione della donna a oggetto o a feticcio, a cosa messa a disposizione di qualcun altro. Ma ciò che vediamo nel porno è una trasposizione quanto fedele o quanto artefatta della vita reale? Quanto scarto c’è tra il sesso vissuto nei film e più in generale nelle riproduzioni mediatiche di tale categoria e il sesso praticato nella vita reale? Come e forse più di molti altri generi, il porno ha al suo interno una lista variegatissima di categorie, alcune anche molto diverse tra loro e che rimandano ad altrettante differenti visioni del sesso. Dunque un’offerta variegata e necessariamente confusa, che conduce a una domanda fondamentale: può il porno costituire un surrogato di una più approfondita educazione sessuale? Cosa recepisce chi si approccia al sesso come tabula rasa, ad esempio i ragazzini in età puberale? Quale concezione della donna ricava un adolescente che non riceva alcuna educazione sessuale né a casa né tantomeno a scuola, ma si forma le sue idee sui video pornografici?

Il libro inchiesta di Lilli Gruber dall’icastico titolo Non farti fottere parte da queste non semplici domande per inoltrarsi in una disamina profonda dei legami che passano tra un’educazione sessuale sbagliata o peggio inesistente e il riverbero che ciò genera nella società moderna, in particolar modo con riferimento al rapporto tra uomo e donna. In un mondo dove il termine “femminicidio” ha con prepotenza reclamato un posto a sé, a indicare un tipo di omicidio di matrice culturale dove alla base del gesto c’è sempre – in un modo o nell’altro – una volontà di affermare la superiorità del genere maschile su quello femminile, è inevitabile interrogarsi sulla genesi di una simile distorta mentalità. Alla base, secondo l’autrice, è innanzitutto l’assenza di un sano dialogo sul sesso nei luoghi educativi per antonomasia, cioè la famiglia e poi la scuola. Privi di punti di riferimento, e inevitabilmente curiosi, gli adolescenti approcciano l’argomento reperendo le informazioni là dove sembra più naturale farlo, ovvero nel mondo della pornografia. Dove però non si racconta la verità, ma un surrogato in cui i ruoli sono assai più netti e definiti che nel mondo reale: l’uomo domina, la donna ha il solo compito di procurare piacere. C’è una responsabilità del mondo del porno in questo? La fruizione della pornografia da parte dei ragazzini è oggi molto più agevole che in passato, internet ha reso tutti spettatori e protagonisti in una commistione di ruoli che genera confusione. La soluzione, come al solito, passa attraverso una regolamentazione intelligente, ma il porno è diventato ormai un’industria che genera talmente tanti soldi che immaginare un suo ridimensionamento è semplicemente utopistico. Si potrebbe invece – e si dovrebbe persino – iniziare a parlare di educazione sessuale in maniera serena, senza pregiudizi, trovando un linguaggio semplice che renda giustizia a ciò che in fondo è quanto di più naturale possa esistere: il piacere.