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Non ho mai avuto voce

Non ho mai avuto voce

Quell’uomo, esausto per un lungo viaggio di ritorno dall’Africa, si addormenta su una sedia di paglia vicino al tavolo, con la testa sulle braccia incrociate. Fuori e dentro di lui il fuoco si è ormai spento. Non ha potuto entrare nel letto con lei anche se il desiderio gli strazia le carni. Si è ripetuto per tutta la notte che ogni cosa sarebbe andata al suo posto ma non ha potuto chiederle, dopo due lunghi anni, di essere di nuovo sua moglie. Non è più la sua donna. E lui si sente un vecchio anche se è solo un giovane uomo appena tornato dalla guerra, smarrito. La forza, necessaria per chiedere spiegazioni, per riprendersi ciò che è suo, l’ha lasciata sotto l’infuocato sole africano. Quella mattina, appena entrato in casa, ha scorto sul viso di Angelina una paura difficile da capire. Stretta forte a sé la piccola Elena, la poggia sul letto senza porgergliela. Gli stringe la mano, così come si fa con un estraneo, ma lui la tira a sé, abbracciandola. La sua durezza, quella resistenza non del tutto sconosciuta gli è però parsa singolare dopo tutto quel tempo. Si aspetterebbe un po' più di entusiasmo, ma adduce quella ritrosia alla lontananza. È così felice di essere tornato che non gli importa. Perciò, messi da parte quei pensieri, la stringe fra le sue braccia e la fa ballare al ritmo di una musica che sente solo lui. Quella stessa mattina, al suo arrivo in città, le voci della gente lo travolgono, gli rovesciano addosso troppe inquietudini. Capisce la compassione vista negli occhi dei suoi compaesani, ma conosce la sua gente e la loro meschinità. Del resto non si combatte il male col male…

Con una prosa ampia, solida, non priva di accenti lirici, semplice, chiara, accessibile a tutti, intensa, appassionata, ricca di riferimenti e dettagli e in particolar modo di delicate e raffinate sfumature, capace di scavare in profondità, ben caratterizzata sia dal punto di vista degli ambienti che dei personaggi sia maschili che femminili, collocati adeguatamente in cornici storiche coerenti ‒ dagli anni Trenta del secolo breve, quelli della guerra d’Etiopia, fino ai giorni nostri ‒ che consentono al lettore agevolmente di accostarsi al racconto con empatia, l’autrice, con voce sensibile, racconta una storia classica ma originale. Muovendosi nel canonico contesto di una saga familiare che si sviluppa attraversando più luoghi e differenti generazioni, narra infatti una vicenda che ha un respiro universale, in cui ciò che più conta è da parte dei protagonisti, Livia, ma non solo, secondo il meccanismo antico ma sempre efficace dell'agnizione, la scoperta, la consapevolezza, la presa di coscienza del proprio posto nel mondo, dei legami che li connettono con il passato del proprio nucleo, le cui conseguenze si riverberano nel tempo.