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Non invano

Non invano

La vita è un enigma irrisolvibile. Nemmeno le “modalità sempre più invasive e deflagranti” che cercano di intervenire sul mistero della realtà colmano lo scarto tra intenzione e risultato: algoritmi e big data sono strumenti tanto sofisticati quanto inefficaci. Giovanni Lindo Ferretti ne è ben consapevole e da quando si è ritirato sui monti coltiva “uno sguardo sul reale non travolto dall’informazione, dall’interpretazione mediatica”. La sua non è una vita da eremita: non ha abbandonato ogni socialità per vivere nella contemplazione dell’Eterno, perché “la mia carne è debole e il mio spirito vacilla”. In un mondo che ha conosciuto un trapasso antropologico e sociale – dovuto a connessione, virtualità e intelligenza artificiale – e che giornalmente affibbia nuovi significati a parole essenziali come “matrimonio”, “maternità”, “maschile” e “femminile”, guardare a un “futuro percepibile” è impossibile. Dio è morto, la storia è finita, la geografia è diventata insignificante; la finanza prolifera nello spazio indistinto e la politica non percepisce più i limiti delle forme di socialità che tenta di salvaguardare. Gli esseri umani vivono in una “mostruosa individualizzazione” e si compattano in masse amorfe di consumatori appagati o indignati, che hanno deciso liberamente di consegnare il proprio destino a un’intelligenza artificiale. “Sta nel cuore dell’uomo, anche il più piccolo e insignificante, il più possibile punto di rottura”. Dio resta Dio, ma i tempi che stanno avanzando sono tempi bui…

Per tanti appassionati il nome di Giovanni Lindo Ferretti rimane indissolubilmente legato alla sua carriera musicale: leader carismatico dei CCCP e dei CSI, simbolo di una musica trasgressiva e anti-sistema, Ferretti resta un punto di riferimento ineludibile per tutti i suoi sostenitori. Ma la vita scorre e si trasforma: abbandonato il palcoscenico, Ferretti ha deciso di tornare alle sue radici, la montagna. “Il passato è ciò che posseggo, il presente è il tempo che mi è concesso, il futuro arriva e mi troverà comunque impreparato. Il mio aiuto, la mia sola forza sta nell’essere radicato”. È da questa specola che Ferretti ha iniziato a vedere il mondo sotto una nuova luce: si è riavvicinato a Dio e alla spiritualità, ha compreso il valore della comunità, il suo sguardo critico vaglia con lucidità le contraddizioni e l’ipertecnologizzazione di un mondo che in pochi decenni ha subito una rivoluzione nefasta. Attorniato dal selvatico e compenetrato dalla vita naturale, Ferretti riflette “sul non invano, ciò che resta nel passare delle generazioni” e ciò che gli rimane sono le virtù teologali (fede, speranza, carità) e quelle cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Non invano si muove per frammenti, illuminazioni, passaggi poetici: sembra quasi che solo un approccio immediato permetta a Ferretti di carpire il senso di realtà che balugina dietro l’apparenza stordente, fatta di schermi luminosi e bisogni indotti. Il tempo della tecnologia ha creato un’umanità che è passata dal “sapersi creatura al volersi creatore”: mai come nel nostro tempo tecnologia e natura sono due universi contrapposti. Ferretti si è sentito in dovere di estraniarsi dal mondo per recuperare la sostanza di un’esistenza umana che sta sempre più velocemente scivolando nel pantano della nuova religione tecnologica.