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Non mancherò la strada

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Questo libro si compone di testi scritti nell’arco di dieci anni, e con altrettanta lentezza può essere letto, spiega il poeta triestino Luigi Nacci, classe 1978: potremmo aprirlo a caso, ci avverte, potremmo leggerlo a pezzi, dalla fine all’inizio o viceversa, potremmo trattarlo come un libro normale. È un libro estremamente anarchico: uno zibaldone, tecnicamente, derivato da pezzi di varia origine e ispirazione, a volte pubblicati sui social, a volte sul blog dell’artista, a volte rimasti su un taccuino, magari. Il sottotitolo del volume dà una direzione e un’indicazione di massima: “Che cosa può insegnarci un cammino”. Un indice tuttavia esiste, e allora vediamo di onorarlo. Dodici capitoli, post scriptum, indice dei nomi. Titoli dei capitoli: “Fai il primo passo fai tutto daccapo”, “Esci di casa all’ora sbagliata e parti”, “Raduna in te tutti i bivi”, “Onora il tasso e il ginepro”, “Vai verso un punto saliente”, “Diari romei”, “Rendi il tuo passo incerto”, “Spedisci i tuoi respiri”, “Che ci faccio in questa lontananza”, “Credi a ciò che il lampo ha da dirti”, “All’amico svanito oltre la curva”, “Ci sono foreste da cui non si esce”. Bene. “Che cos’è un cammino?”, si domanda Nacci, nelle prime battute. Risposta. “È ciò che inizia a un passo dal buio. È una speranza di vita nuova, una speranza che non cessa di sperare, una roulette russa, una guerra, un finimondo”. E più avanti: “Se tu non ti metti in cammino, il cammino non esisterà”. Il cammino non coincide con una camminata e non è una vacanza: vacanza ha a che fare col vuoto, la viandanza col pieno. Il cammino invece “è tutto ciò che occupa lo sp1azio che inizia a un passo dal buio”. Viene quindi un “decalogo del viandante (non del camminatore)”; vengono lettere agli amici d’un tempo (promemoria di antiche promesse), vengono meditazioni e considerazioni sul senso del cammino (della fatica, del tempo, della meta; delle difficoltà che si incontrano ad accamparsi a terra, qui in Italia); sull’opportunità di dire “no”; sulla bellezza d’essere forestieri e stranieri, in generale; sulla differenza tra pellegrino in senso stretto e in senso lato; sul Friuli-Venezia Giulia, sull’Istria (che un tempo era parte della “Venezia Giulia”, già), sulle terre di mezzo e sulle frontiere; sulla bora e sul Carso, su paesetti e borghi toscani e laziali, sull’economia, sulla gavetta; sulla gentilezza, sui doni; su chi cerca fortuna in Europa, infine, venendo da molto lontano…

Pubblicato dalla Laterza, collana “I Robinson”, dedicato alla memoria di Ana Conde, “hospitalera, donna-abbraccio”, Non mancherò la strada è il terzo pannello (o forse il quarto: adesso ragioniamo insieme) della “letteratura della viandanza”, felice conio del poeta triestino Nacci. I primi due sono stati estremamente apprezzati dal pubblico e dalla critica: mi riferisco ad Alzati e cammina (Ediciclo, 2014) e a Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza, 2016); e proprio quando io e altri vecchi (o vecchissimi) lettori del talentuoso e generoso artista Nacci ci attendevamo Compagnanza, a disorientarci e spiazzarci un po’ è apparso questo “taccuino di taccuini”, questo “zibaldone social” spogliato dai tanti commenti che avevano accompagnato le pubblicazioni di vari di questi scritti su Facebook, trasformati (o forse “restituiti”) alla loro natura originaria di monologhi. Perché è stata una pubblicazione disorientante? Perché a differenza degli altri due libri “viandanti”, questo è chiaramente un assemblato: ciò significa, come correttamente spiega l’artista in apertura, che questo libro non ha una struttura ordinata, sebbene abbia capo e coda; è stata una scelta estremamente rischiosa, forse dettata più dai nervi che dall’ispirazione, forse dovuta al momento di terribile angoscia, disordine emotivo e stupore che noi europei stiamo vivendo da qualche anno a questa parte, tra pandemie, quarantene, gattabuia (“lockdown”) e adesso l’aggressione imperialista russa alle porte di casa (mentre scrivo i russi minacciano Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania; hanno bombardato da poco una caserma ucraina al confine con la Polonia; giorni fa, un misterioso drone di fabbricazione apparentemente russa è precipitato a Zagabria, in Croazia; scrivo tutto questo perché ormai i nostri articoli invecchiano in fretta e vanno datati, disperatamente e precisamente datati, tutti; sappiate che mentre scrivevo stavamo così). Ecco, forse abbiamo dato un senso a questo apparente nonsense: pubblicare un libro di b-side, di frammenti, di sketch e di inediti è qualcosa che si fa a fine carriera; io non posso pensare e non credo affatto che il mio amato Nacci sia a fine carriera. Credo piuttosto che volesse tornare a farsi sentire, tra noi, come autore, credo che volesse tornare in libreria e in biblioteca; credo che volesse dare altra consistenza a tanti suoi vecchi lavori. La struttura e la tenuta irregolare rimangono il punto debole di questo libro: ciò limiterà la sua circolazione e la sua fortuna fondamentalmente tra gli aficionados e gli appassionati dell’intelligenza, della scrittura e della bontà di Luigi Nacci. Io sono tra loro, e dalla prima ora; tutti gli altri, i neofiti soprattutto, sono invitati, come nel gioco dell’oca, ad accantonare per adesso questo zibaldone e a ripartire dal “via”. E il “via”, almeno di questa fascinosa e intelligente fase della ricerca e della scrittura di Luigi Nacci, è stato e rimane proprio Alzati e cammina (Ediciclo, 2014): libro che, per un curioso scherzo del destino, se non ricordo male, doveva proprio titolarsi Non mancherò la strada. Ecco, s’è chiuso un cerchio. Perché, poco fa, riferivo che questo libro è forse il quarto pannello della “letteratura della viandanza”? Perché nel 2019, sempre per Laterza, il poeta Nacci aveva pubblicato Trieste selvatica; una “via sentimentale” a Trieste e al suo territorio, collana Contromano. Non è un libro di filosofia della viandanza, come gli altri; rientra comunque in quella temperie, per tante ragioni (tono, reminiscenze, frammentarietà, “triestinità” e via dicendo). Cosa aspettarsi adesso dal poeta e viandante triestino? Forse un altro saggio da “Laterza Contromano”, dedicato magari alla sua amata Ciceria, o a un’isola dalmata, o all’amata Puglia; oppure un altro libro di filosofia del cammino; oppure... un ritorno, frontale e spregiudicato, alla poesia, prima e inequivocabile vocazione di Nacci. Non mancherà la strada.