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Non morire

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Il tecnico lascia la stanza e Anne si gira cautamente verso quello schermo, artefice delle sue speranze. Qualche tempo prima proprio l’immagine comparsa in quel riquadro ha rivelato la presenza del nemico, il suo tumore. Guarda attentamente Anne quelle immagini, alla ricerca di eventuali strane forme. Scoprire di essere ammalati scatena una serie di dinamiche inaspettate: sorpresa, dolore, interscambi di messaggi con gli amici, studio di sensazioni mai provate prima. E poi la diagnosi. Cosa fa la diagnosi? Prende informazioni dal nostro organismo e le inserisce in un modulo organizzativo valutabile dall’esterno. Il nodulo appartenuto ad Anne, ora, è inserito in un sistema a cui appartengono tutta una serie di noduli, ai quali viene assegnato un punteggio a seconda della gravità. La diagnosi è conseguente alla malattia, che si palesa improvvisamente, non preannunciando il suo arrivo. Compare con tutte le sue certezze, anche quando non sono così evidenti, perché alla fine, ti definiscono malato, anche se fondamentalmente ti senti bene. La parola, “malato” parla da sé e narra di una durissima battaglia che sei costretto ad affrontare. Lo schermo, quel quadro di luce, con le sue immagini e i suoi numeri, presenta fisicamente la malattia, rendendola visibile e tangibile. A tutto questo contribuiscono prima la tecnologia e la radiologia, con i loro macchinari e poi i tecnici, anime silenziose, spesso inespressive. È così che si diventa malati, o meglio dire, pazienti; attraverso quelle macchine gelide e la voce imperturbabile e secca dei tecnici, che dicono cosa devi fare, come devi metterti e quali pose devi assumere. Si badi bene che alcune macchine sono le stesse usate sia per diagnosticare la presenza di una vita che cresce che quella di un’esistenza che si spezza. Ci si ammala e la malattia finisce nel circuito della scienza, fatta di certezze e di paroloni che in bocca ai medici si trasformano in parole e qualche volta in eccessive e forse false rassicurazioni. Esistono variegate tipologie di persone: quelle che percepiscono il malessere e non fanno nulla per rimediare, poi ci sono quelle che cercano di cavarsela attraverso le ricerche sul web e poi c’è chi si affida nell’immediato a una serie di professionisti. Spesso le idee sono diverse e contrastanti, oppure è l’interessato a mettere in dubbio quello che viene detto, a fare confronti, a cercare di capire cosa è più giusto, senza però avere cognizione di causa alcuna. Quello che a volte sfugge, è che le risposte non possono essere tante: o la malattia non esiste, o esiste e basta curarla, o esiste e va combattuta con la speranza di averla vinta…

Anne Boyer ha quarantuno anni quando, nel 2014, le viene diagnosticato un carcinoma mammario triplo negativo, fortemente aggressivo. È nello stesso terribile anno che nasce questo Non morire, Premio Pulitzer per la saggistica 2020, in cui la poetessa parla della sua malattia ma soprattutto del suo percorso di paziente e della visione piuttosto “semplicistica” che spesso si ha dell’ammalato, con l’attenzione rivolta ai fattori economici. Boyer, dopo la terribile notizia si fa forza, affrontando i cicli di chemioterapia e poi una doppia mastectomia. La scrittrice parla del cancro che l’ha colpita, ma anche delle emozioni e degli inaspettati trattamenti che riceve. Al malato si dice che deve reagire, che deve essere forte, che deve essere una sorta di soldato al fronte e soprattutto in prima linea. Gli si racconta che non deve scoraggiarsi, che deve battersi, che ce la farà. Subito dopo una doppia mastectomia, infatti, la paziente viene dimessa con quattro drenaggi ancora attaccati, perché “sicuramente” è in grado di andare a casa e soprattutto di sapersi gestire in quelle condizioni. Non si pensi che la Boyer abbia voluto fare un resoconto del suo dolore; in verità, ha voluto narrare delle sue sensazioni con uno scopo ben preciso, cercando di mettere al centro del racconto il modo con cui la società affronta quello che è definito il male del secolo. La narrazione è in prima persona, lo stile è asciutto, gli argomenti sono affrontati in maniera sinteticamente esauriente, le emozioni, importanti da assimilare e fare proprie, sono elevate all’ennesima potenza. L’amarezza che nasce dalla constatazione dei luoghi comuni, dalla consapevolezza che la forza del paziente venga vista e usata come arma primaria, è palesemente descritta. La Boyer non ci sta a essere considerata solo una macchina da guerra, non ci sta a nascondere la propria sofferenza e farsi vedere forte e combattiva. Le sue parole, la sua scrittura semplice e altamente descrittiva, aprono le porte al dolore fisico e mentale. Anne Boyer non fa mai vittimismo, tantomeno mai nega la forza della positività. Quello che evidenzia è che forse sarebbe necessario prendersi maggiormente cura dell’anima del paziente, affinché la potenza della sua forza non oscuri la volontà della scienza di fare di più, di saperne di più. Un altro rilevante argomento che l’autrice affronta in maniera molto forte è legato agli interessi economici nascosti dietro le cure oncologiche. Case farmaceutiche e interessi economico-politici vanno di pari passo. Nell’interessante prologo, l’autrice fa diversi riferimenti a scrittrici del passato che hanno vissuto la sua stessa esperienza, parlandone nei propri libri. Anche dal loro vissuto, si evincono i fatti drammatici del’ambigua collettività. Un passaggio dello scritto è fortemente evocativo: “Il problema formale del cancro al seno, dunque, è anche politico. Una storia ideologica è sempre una storia che non sai perché racconti ma che racconti comunque”. Lo scopo della poetessa, decisamente riuscito, è quello di presentare uno spaccato della terribile malattia, dando una visione a trecentosessanta gradi del mondo che si crea intorno al paziente. Un libro che offre tantissimi spunti di riflessione, forte, che lascia il segno.