Nella casa di Lawrence, Kansas, le giornate scivolano lente, tra i gatti che sonnecchiano e le pistole lucidate a puntino. William Burroughs è ormai un vecchio uomo che vive circondato dai suoi ricordi, e in quella quiete venata di follia arriva Allen Ginsberg con un registratore a cassette. Dovrebbe intervistarlo per “The Observer”, ma già dalle prime battute è chiaro che l’intervista non sarà mai tale. I due si conoscono da mezzo secolo, e le undici bobine da novanta minuti che Ginsberg incide finiscono per catturare molto più di un dialogo: un incantesimo, una seduta spiritica, un ultimo giro nella giostra della Beat Generation. Il rito è appena terminato: uno sciamano navajo ha tentato di scacciare lo Spirito del Male che Burroughs sente addosso fin dall’infanzia, lo stesso che lo spinse a uccidere la moglie Joan Vollmer durante quella tragica rievocazione del mito di Guglielmo Tell a Città del Messico nel 1951. Le prime domande, balbettate, si intrecciano al fumo del caffè e alle risate: “Quanto gli dobbiamo, a Melvin lo sciamano?”. Da lì in poi si aprono varchi di memoria: la New York degli anni Quaranta, Kerouac e Lucien Carr, gli appartamenti zeppi di droghe e di versi, Tangeri e i suoi miraggi. Burroughs racconta l’America come una distesa maledetta, terra nata sul sangue e sull’inganno, e Ginsberg lo incalza, mischiando Marx e Blake, le poetesse lesbiche dimenticate e la libertà di amare chi si vuole. Tra una citazione di Pasto nudo, un ricordo di Urlo e aneddoti su spacciatori, il tempo si piega come un nastro magnetico che torna indietro: due vecchi uomini parlano, ridono, cercano di capire chi sono stati…

Allen Ginsberg, poeta di Urlo, in queste Conversazioni con William Burroughs, visionario autore di Pasto nudo, raccoglie nel volume Non nascondermi la tua pazzia le registrazioni di quegli incontri, rispolverate e trascritte nel 2018 dal musicista Steven Taylor. Ne esce fuori una testimonianza irripetibile: non un’intervista, ma un rito di amicizia e letteratura. La materia è grezza, frammentaria, eppure illuminante. Si passa dalle pistole alla poesia, dagli esorcismi al capitalismo americano, dai titoli assurdi dei tabloid alla condanna di Salman Rushdie, in un continuo flusso di coscienza che mischia humour nero e lucidità profetica. Burroughs parla dell’America come “terra dello Spirito del Male”, intuendo già allora – agli inizi degli anni Novanta – il ventre oscuro di un Paese divorato dall’avidità e dalla violenza. Ginsberg, più dolce e disarmato, cerca ancora un’armonia possibile, un residuo di “peace and love” da contrapporre al cinismo dell’amico. Tra loro corre una tenerezza ruvida, fatta di affetto e ironia, come quella dei sopravvissuti che sanno di non avere più molto tempo. Entrambi moriranno nel 1997: queste parole, dunque, sono anche il loro addio, il testamento orale di due giganti della controcultura. Non nascondermi la tua pazzia più che un libro ordinato e compiuto è una miniera di frammenti, un’eco di risate, un’ultima confessione al magnetofono.