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Non pensarci due volte

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Il rumore del motore di un’auto nella notte mette in allarme Sara mentre è in cucina e sta leggendo un libro per sopperire alla mancanza di sonno. Segue i fari e poi vede il punto rosso di un fuoco alle pendici della montagna. Non ci pensa due volte: imbraccia il suo fucile ed esce per andare a controllare cosa sta succedendo. Si rende immediatamente conto che Elisabetta e un’altra ragazza che come lei si chiama Sara sono state rapite, al fine di una richiesta di riscatto o forse per farla pagare a suo padre, perché probabilmente non è un caso quell’omonimia, anzi di sicuro c’è stato uno scambio di persona e volevano rapire lei. Quindi pensa al doppio vantaggio: il fatto che lei è libera e che i due rapitori stanno cominciando a bere e già barcollano per il troppo vino scadente ingurgitato. L’unico problema è che lei non può permettersi errori, dovendo sparare per due volte a due bersagli ben distinti. Nel frattempo uno dei due chiede all’altro di portargli la ragazzina con i capelli rossi (non è certo lo stesso rosso dei suoi capelli!) e di toglierle i jeans. Parlano serbo, lingua che Sara conosce perché è la stessa di suo padre. Con due colpi fa fuori i due malviventi, anzi è anche costretta ad andare a tirare fuori dalle braci uno dei due che con il colpo c’è finito dentro e non è piacevole far vedere tale spettacolo alle due ragazze che sono legate e stanno urlando. Sara fa attenzione a non farsi riconoscere e le lascia là, mentre nel buio della notte torna a casa. Di sicuro, però, non può rimanere lì, prima o poi la verranno a cercare. Meglio scappare via...

Ci sono tratti angoscianti e altri di grande respiro, perché a volte questa ragazzina protagonista del romanzo, che scappa nei boschi, incappa in situazioni non facili, tra umani e animali (ad esempio, quando viene circondata dai lupi e tenta di vincere il sonno per non farsi mangiare, è un passo del romanzo che lascia davvero senza fiato) e poi ci sono le descrizioni dei luoghi, ampi spazi di montagna che danno proprio il senso di grande respiro, i ruscelli freschi che ristorano dalla calura estiva, la libertà di una corsa a cavallo. Con la consapevolezza di essere una fuggitiva, c’è tutta l’angoscia di chi è inseguito (o almeno lo crede, soprattutto inizialmente) e pensa che uno dei due malviventi che ha ucciso possa non essere morto, ma essersi messo sulle sue tracce. E poi i Carabinieri, i treni, le tante esperienze, le persone che incontra che la mettono spesso in contatto con criminali pronti a darle una mano in virtù del nome del suo papà o del rotolo di soldi che tiene nello zaino. Viene quasi la voglia di guardarle le spalle, di suggerirle all’orecchio di non fidarsi, di indicarle possibili vie di fuga che possano toglierla dai guai. E lei, che i genitori hanno sempre portato in luoghi ameni e che con gli occhi ha rubato molto del saper fare che le serve per sopravvivere, vive per un lungo periodo girovagando per l’Appennino, scoprendo ruderi, storie, le vite dure dei pastori e dei contadini, mentre anela di raggiungere la nonna in Serbia, per avere finalmente una famiglia, una casa, un focolare, allontanandosi definitivamente dalla difficile vita che sta facendo in Italia, con la mamma morta e il papà in carcere, tenuta d’occhio da alcuni zii che vogliono solo sfruttare la situazione. E di certo per una ragazzina della sua età è una grande prova quella che vive, una prova che chissà quanti adulti avrebbero il timore anche solo di immaginare.