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Non perderti niente

Non perderti niente

Anni Settanta del secolo scorso. Luca sta cantando in Piazza Navona. C’è parecchia gente intorno, ma per lui, in quel momento, esiste solo lei. Una ragazza, seduta per terra, lo fissa e pare ipnotizzarlo. Ha i capelli molto corti e Luca immagina non sia italiana. Tutte le sere, specie d’estate, Luca canta e suona la chitarra per le strade di Roma. Non lo fa solo per soldi; la strada è divenuta la sua seconda casa e la sua seconda pelle. Forse un po’ di colpa l’hanno i suoi che, in piena adolescenza, l’hanno portato a vivere in campagna – a Mentana – completamente isolato, tanto che i marciapiedi del centro li sogna anche alla notte. E allora Piazza Navona, che è un po’ il Greenwich Village dei giovani studenti romani, diventa il miglior luogo in cui esibirsi. Dalla parte della Fontana del Nettuno si appostano caricaturisti e pittori, mentre dall’altra parte, dove c’è la Fontana del Moro, si posizionano loro, i musicisti di strada. Si tratta in genere di persone dalle capacità canore scarsissime, mentre lui e Mario, a dire il vero, se la cavano discretamente. Mario è più bravo, ma Luca è il meno timido tra i due e si butta con maggior disinvoltura. Cantano esclusivamente pezzi in stile West Coast – novelli Simon & Garfunkel –, si vestono pure come se fossero americani e gli stivali texani non mancano mai. Quando Luca canta il tempo non esiste più e ora meno che mai: quegli occhi, che gli sembrano i più dolci del mondo, lo hanno letteralmente incantato. È già cotto come una pera e vorrebbe conoscere tutto di quella ragazza, da dove viene e perché si trova lì. Si chiama Sophie – così si presenta quando lui e Mario concludono la loro esibizione – e viene dal profondo Nord della Francia. Purtroppo per Luca è accompagnata da Pierre, che fa il mangiafuoco, mentre lei è addetta all’incasso e porge ai presenti un cappello da clown per la raccolta delle offerte. Accompagnata o meno non ha importanza, Luca si è già innamorato e il suo sentimento non vacilla neppure quando, tempo dopo, la ragazza, diciassettenne come lui, gli confessa di essere eroinomane da oltre tre anni…

Un sacco a pelo nello zaino, mille sogni nel cuore, una chitarra in spalla e stivali texani ai piedi. Ecco l’equipaggiamento necessario per raggiungere le piazze di mezza Europa e cantare quell’appassionante e meraviglioso viaggio che è la vita. Alla soglia dei suoi sessanta anni Luca Barbarossa – uno tra i cantautori più apprezzati della scuola romana a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo, nonché speaker radiofonico da anni alla guida di “Radio 2 Social Club” – mette da parte la sua nota riservatezza e si regala – omaggiando in questo modo anche il suo pubblico – una sorta di taccuino dei pensieri, nel quale, tra ricordi e interessanti aneddoti, prende vita il romanzo della sua formazione, quella di un ragazzino che milita nella sezione della Fgci di Mentana e si perde in amori malati che sembrano eterni e non lo sono, ma fanno male uguale. Barbarossa ama la strada e lo ripete spesso nel suo romanzo autobiografico, ma ci sa fare parecchio anche con le parole, parole che utilizza con la stessa padronanza sia per scrivere poesie in musica – Portami a ballare, Roma spogliata, Via Margutta, L’amore rubato per citarne alcune – sia per raccontare gli incontri imprevisti e straordinari che hanno segnato la sua vita di uomo e di arista, l’emozione dei grandi palchi, i successi e le cadute. È una dedica appassionata alla vita il racconto di Barbarossa, che riesce con semplicità e coraggio a mettere a nudo le proprie fragilità e a riflettere sul valore del tempo, che non va sprecato perché “si allunga, si accorcia, è prematuro, in ritardo. Qualche volta però è di una puntualità spiazzante” e sorprende, sempre e comunque. Il ragazzo che sognava di diventare un tennista di professione, bravo quanto o magari più di Adriano Panatta; il giovane cantautore che, dopo il successo imprevisto di Roma spogliata affronta un lungo periodo di stop per evitare di bruciarsi offrendo solo una sbiadita fotocopia di sé; l’artista che nel 1992 trionfa al Festival di Sanremo con una canzone dedicata alla madre; l’uomo maturo che assiste, dallo studio di casa sua, ai preparativi per la festa a sorpresa che il resto della famiglia sta preparando per lui, ripensa a quel che è stato e a quello che ora è diventato e, pur riconoscendo che la vita è spesso anche dolore e sofferenza, invita i suoi lettori ad affrontarla con grinta, senza perdersi niente. Perché, forse, proprio in questo è racchiusa tutta la sua magia.