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Non salvarmi

Non salvarmi

Gatehouse di Wickenburg, Arizona. Karl osserva fuori dalla finestra. I ragazzi sono all’esterno del ranch, anche se l’orologio segna le sei del mattino. Aspettano l’ex marine Jim - durante la sua ultima operazione in Afghanistan è stato colpito di striscio ad un polpaccio, gli è rimasta una cicatrice che l’uomo spaccia per segno del morso di un serpente a sonagli - il cui passo cadenzato, da militare, rassicura i cavalli ed impedisce loro di innervosirsi. Karl sorride mentre guarda i ragazzi, alcuni dei quali hanno compiuto da poco diciotto anni e faticano a trovare il coraggio per rivelare chi o cosa fossero fino a pochi giorni prima. In Arizona riesce a respirare più profondamente, Karl. Da quando si è trasferito ha l’impressione che i suoi polmoni siano più capienti. Ha fondato il ranch con lo scopo di aiutare quei giovani, cresciuti all’ombra della fama di genitori milionari e spesso assenti, che hanno già sperimentato ogni sorta di dipendenza, dagli psicofarmaci alla cocaina, dal sesso compulsivo all’abuso di chirurgia estetica. Appena Jim raggiunge il gruppo di ragazzi, realizza che Deva manca. Non si è presentata al raduno. L’uomo sale in camera delle ragazze, ma della giovane non c’è traccia. Nel suo letto le lenzuola sono leggermente scostate, mentre l’anta del suo armadio è aperta e Jim può notare che mancano la giacca e la borsa di Deva. La sera precedente la ragazza non si sentiva bene ed è salita al piano superiore in anticipo rispetto ai compagni. Ha asciugato con cura i piatti e li ha riposti nella credenza, rimanendo per tutto il tempo in silenzio. È andata a coricarsi insieme alle altre e nessuna l’ha sentita alzarsi. Prima dell’alba, tuttavia, è sparita nel nulla. Si comincia a cercarla nei dintorni, mentre Jim scruta con il suo cannocchiale militare l’intera valle. Poi l’ex marine si dirige alle scuderie, monta Marlow - un Mustang dal manto scuro - e si dirige verso il fiume Hassayampa, scendendo lungo un canyon. Tutto sembra tranquillo. L’unica cosa da fare, a questo punto, è chiamare la polizia ma prima è necessario che Karl avvisi il padre della ragazza, Greg...

Un cadavere sfigurato, una ragazza misteriosamente scomparsa, una serie di personaggi irrisolti e dall’animo segnato, il paesaggio desertico dell’Arizona. Ecco gli ingredienti del nuovo romanzo di Livia Sambrotta - una laurea in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo spettacolo; un lavoro come redattrice per i magazine di promozione cinematografica 35mm e Primissima prima della pubblicazione, nel 2015, del primo romanzo noir Amazing Grace e di diverse short stories- autrice capace di miscelare con perizia gli stilemi del più classico thriller - con evidenti influenze del romanzo americano - con un taglio cinematografico che si ritrova in ogni pagina. E il mondo del cinema, con i segreti devastanti che lo abitano, diventa spunto per raccontare le fragilità nascoste e la solitudine di un falso paradiso incantato in cui spesso si fatica a sostenere il peso della celebrità. Non c’è, nella storia, un protagonista principale di cui seguire le vicende con il fiato sospeso: c’è un’intera comunità di ragazzi - gioventù bruciata - che sta cercando di riappropriarsi della propria vita e della propria dignità; c’è, a capo del centro di riabilitazione, un personaggio un po’ artista e un po’ guru, figura carismatica ma piena di ombre; c’è chi, nonostante tutto, cede alla corruzione e chi cerca disperatamente di aggrapparsi alla fede, come unico elemento di sostegno. Trovare la verità in merito al brutale assassinio di un’ospite del centro di recupero diventa espediente per raccontare un’umanità spezzata e spesso incoerente, incapace di accettare i propri limiti e di comunicare; un’umanità piena di zone d’ombra nelle quali è facile perdersi. Un’indagine complessa, nella quale molti, forse troppi, sembrano i colpevoli; una serie di colpi di scena che catalizzano l’attenzione e spingono il lettore a tenere gli occhi incollati alla pagina, alla ricerca di risposte che, puntualmente, permettono di venire a capo di una storia davvero perfettamente architettata. Una riflessione profonda sui nostri tempi e sul fascino malato della celebrità ad ogni costo; una storia struggente e, last but not least, una dichiarazione d’amore nei confronti del cinema, a tutti gli effetti protagonista di rilievo del romanzo.