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Non si muore tutte le mattine

Non si muore tutte le mattine

Un uomo si addormenta su una branda, con i tappi nelle orecchie e l’odore di muffa nel naso. Si trova in un umido scantinato e non riesce a trovare la forza di alzarsi. Pensa alla battaglia della Beresina, gli ritorna alla mente la fatale e per certi versi inspiegabile indolenza di Napoleone che a Mosca, con l’inverno alle porte, non riesce a prendere una decisione e così si trova a ordinare la ritirata con un fatale ritardo. Alla fine, preso dalla fame, l’uomo trova la forza di alzarsi dal letto e uscire. Si reca in una macelleria, compra una fettina di fegato e due bottiglie di birra. Rientra nel suo scantinato, rimane per un po’ preda delle sue visioni, poi esce di nuovo alla ricerca del barrio, vaga senza appigli per le vie urbane, lungo le alzaie, fino alle periferie. Si ritrova a bere vodka sour al bancone di un bar insieme a una donna “guasta, infelice e romantica”. Entrambi restano lì ad affogare nell’alcol le loro infelicità e ad attendere l’arrivo della sera, quando il bar comincia ad affollarsi. Tra i nuovi arrivati c’è anche un cileno con la faccia rotonda e i capelli gonfi, che fa salire i due sulla sua macchina. Arrivano in un capannone addobbato con festoni, con molte piante e tavoli, una sorta di circolo sociale dello Sri Lanka. Gli indiani servono cibo al curry e lenticchie, accompagnati da birra fresca. Immerso in quell’ambiente l’uomo si trova a provare “un certo senso di calore, di casa, il conforto di quell’esotismo così a portata di cucchiaio, rispetto al silenzio di fuori, alla cupa ostilità della città di pietra”...

Non si muore tutte le mattine è il romanzo di esordio di Vinicio Capossela, cantautore affermato che può vantare al suo attivo ben quattro Targhe Tenco e un Premio Tenco alla carriera. È un libro a suo modo paradigmatico nell’illustrare la difficoltà di riuscire a coniugare con il medesimo successo l’utilizzo di mezzi espressivi tanto differenti tra loro. In effetti, è difficile riuscire a catalogare una simile opera: lo stesso autore lo definisce “un romanzo scomponibile, una cassettiera, un condominio in cui si varcano soglie diverse che portano in luoghi inattesi”. Si procede per accumulazione, affastellando personaggi, vicende e riflessioni personali che non riescono a disporsi in una trama dotata di una minima coerenza. Certo, in tutta questa materia pulsante ci sono anche sprazzi di notevole lirismo, momenti nei quali si palesa l’abilità di accostare immagini, di cogliere in un semplice giro di frase le particolarità di un personaggio, di gettare lampi di luce sulla condizione esistenziale dell’uomo. Del resto, per avere conferma delle capacità di scrittura di Vinicio Capossela basterebbe leggersi i testi delle sue canzoni. Il problema di fondo è proprio questo: per scrivere un romanzo non basta saper scrivere delle “belle frasi”, e anzi a volte questa abilità può essere un’arma a doppio taglio, se il compiacimento della propria prosa diventa di ostacolo alla capacità di raccontare delle storie che possano davvero catturare l’attenzione del lettore e portarlo a immedesimarsi nei personaggi descritti. Con Non si muore tutte le mattine questa immedesimazione è praticamente impossibile: il lettore viene preso di peso e catapultato all’interno della mente di Vinicio Capossela e lì rimane a guardare attonito e con un senso di estraneità crescente una ridda di personaggi, storie e scenari urbani che si succedono senza un apparente filo conduttore. Una lettura davvero impegnativa in grado di sfiancare qualsiasi lettore con l’unica possibile eccezione dei fan sfegatati di Capossela, che saranno forse in grado di ritrovare tra queste pagine un’eco delle atmosfere delle canzoni del loro idolo.