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Non si muore in un giorno di festa

Non si muore in un giorno di festa

Quelle lunghe aste bianche, con una punta gommata blu, sono antenne e si chiamano “A- 1025”, mentre quelle più corte e nere sono le “Ibiza”, sì, proprio come l’isola dei divertimenti spagnola. È in questa azienda che realizza antenne per la marineria che Jonni (Jonathan) lavora come educatore, attraverso una cooperativa che ha il lavoro in subappalto. Le antenne sono destinate a ogni tipo di barca e il suo lavoro consiste negli inserimenti lavorativi di soggetti provenienti dal carcere. In questo capannone, il lavoro non viene mai controllato da qualcuno della cooperativa, ma è lo stesso proprietario dell’azienda produttrice che arriva all’improvviso per cogliere tutti di sorpresa. E in quest’ennesima visita comincia subito a sbraitare contro Bob che non è presentato al lavoro e lo licenzia, ignora che Jonni (nonostante glielo ricordi o almeno tenti di farlo) è solo un educatore e comincia a controllare le antenne, mentre inveisce contro gli ex detenuti, perché (sostiene) chi nasce delinquente non si cambia, perché non basta un lavoro per reinserire certi elementi nella società, ecc. ecc. e a ogni passo diventa sempre più offensivo. Franco lo segue come un felino segue una preda, poi afferra un’antenna e comincia a dargliela in testa, finché non vede la scatola cranica in mezzo a una poltiglia di sangue e carne. Allora si ferma, getta l’antenna in un angolo e chiede a Jonni, che nel frattempo sta vomitando e non sa come reagire, di contare fino a cento, in modo che lui possa allontanarsi in bicicletta. L’educatore, balbettando come fa sempre quando è nervoso o spaventato, dice che perdere tempo prezioso potrebbe essere fatale per l’imprenditore. “Quell’infame è già morto, cumpà!” e Franco apre il portone e scappa. A Jonni non resta che cominciare a contare...

“Un corpo da Salomè con uno spirito casto”: secondo la sorella Anna, questa era Sofia, i cui diari sono il trade d’union dell’intera vicenda, così ben congegnata dall’autore. Sofia ebrea, stuprata dai fascisti, Sofia derubata dai loro discendenti anche dopo morta. Una donna che nonostante i pochi tratti non appare per niente fragile, ma anzi farebbe di tutto per salvare la sua famiglia. Un’altra figura interessante è Don Luigi. È a lui che si deve il titolo del romanzo: è lui il prete saggio, di poche parole, ma con una grande capacità di ascoltare, l’uomo che sa sempre cosa fare e cosa dire, anche nel finale della storia. In mezzo a questi due personaggi c’è tutto un brulicare di vita triste, intrisa ora di cattiveria, ora di ignoranza, di convenienza, di perfidia, di scarso rispetto per gli altri. E come sempre ci sono i potenti a cui è permesso tutto e che si approfittano di tutto, anche se spesso lo fanno con scarsa intelligenza e, almeno qui, con giustizia, perdono su tutti i fronti. Il testo mette insieme tante storie per arrivare a un solo epilogo e lo fa con saggezza, senza colpi di scena perché è volutamente tutto intuibile, dal comportamento dell’Ombra alla sua identità fino all’agire dell’ex paracadutista Berto, ma tutto ciò non fa perdere valore alla trama che carica il lettore di rabbia verso i malfattori, ma suscita il sorriso soddisfatto quando tutto arriva a soluzione, in una lettura piacevole, scorrevole, in cui si ricordano le sofferenze degli ebrei durante il periodo nazifascista per le nefandezze subite, che a volte sono state premiate con enormi ricchezze e vite lunghe e piene di soddisfazioni, anche se certi ricordi non si dimenticano. E quanta amarezza anche solo nel pensare che in virtù di un potere, del mantenere un buon nome (?), anche un vescovo continui nella cattiveria.