Salta al contenuto principale

Non siamo capaci di ascoltarli

Non siamo capaci di ascoltarli

A una bambina ancora nel grembo in attesa di affacciarsi alla vita, si dovrebbe chiedere quali sensazioni ha captato fino a questo momento del mondo in cui vive la madre, quali impressioni può essersi fatta di quella realtà di cui presto entrerà a far parte come uno degli innumerevoli attori. Sarebbe bello poterle assicurare che imparerà a vivere in modo sereno, che intorno avrà solo adulti autorevoli in grado di insegnarle ad apprezzare i rapporti umani, a rispettare il suo prossimo e non solo le rigide regole sociali, ad affrontare anche il dolore e le situazioni più difficili con atteggiamento positivo, ad accettare la morte come inevitabile passaggio in cui le persone migliori lasciano in eredità le conoscenze che hanno acquisito. Ecco cosa dovremmo offrire ai nostri figli fin dalla loro nascita, non angosce e frustrazioni, come fa chi pretende dal proprio bambino un atteggiamento competitivo in ogni circostanza della vita. Il messaggio è chiaro: o sei un vincente, o fai in modo di darmi tutte quelle soddisfazioni che mi aspetto da te, oppure il mio amore tenderà a diminuire. Questo è quanto lasciano intuire ai loro figli i genitori che si aspettano di vederli promettenti nello sport fin da piccolissimi, tanto da essere pronti a scagliarsi contro un allenatore o un istruttore che non vuole riconoscere le loro doti; ma non differisce da questo modello il genitore che pretende che il proprio bambino sia sempre il primo della classe. Gli eccessi maggiori si raggiungono nei programmi in cui si esibiscono i piccoli talenti offerti agli spettatori come attori di un circo, sempre e comunque per la soddisfazione dei loro genitori. Non c’è da stupirsi se in una società che ha tali aspettative nei confronti dei giovani, questi ultimi crescendo maturino la convinzione che la competizione è l’aspetto essenziale della vita, che l’importante sia vincere e i metodi per riuscirci siano tutti leciti, al di là dell’onestà e della meritocrazia. In questo modo priviamo l’infanzia della sua caratteristica essenziale, la spontaneità, e viene da chiedersi in quale modo potremo restituire ai giovani quanto abbiamo loro sottratto. È un dato di fatto che lo sviluppo psicofisico del bambino è accelerato rispetto al secolo scorso, tutto questo è innegabile sia per le pulsioni sessuali, sia per le capacità cognitive legate all’utilizzo degli strumenti informatici, ma non certo per altri aspetti essenziali della crescita come le relazioni con i coetanei o il momento in cui l’individuo si distacca dal periodo dell’infanzia e inizia ad assumersi le prime responsabilità. È necessario ristabilire un equilibrio...

Paolo Crepet annuncia alcune problematiche estremamente attuali a riguardo dei rapporti tra adulti e giovani. Il testo si può contestualizzare tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio, non solo la televisione ma anche internet, malgrado sia ancora prematuro parlare dei social, e i cellulari rappresentano già un’attrattiva per i giovani, una forma di svago per trascorrere il tempo libero vedendo scorrere immagini che limitano l’impegno intellettivo. Ma l’autore giustamente sottolinea che non è lo strumento elettronico di per sé negativo e forviante, ma l’utilizzo che se ne fa, specialmente se si tratta di giovani che non vengono istruiti a un impiego positivo dell’elettronica. Da qui la convinzione che siano i genitori chiamati in prima persona a seguire i loro figli, ad ascoltarli in modo paziente per dare loro la possibilità di esprimersi, un bisogno impellente anche se non sempre i ragazzi sono disposti ad ammetterlo. L’altro tema attuale preannunciato nel saggio di Crepet è l’incontro con la diversità, l’affermarsi di una società multietnica dove gli autoctoni, per xenofobia e per ignoranza, si barricano dietro i falsi ideali del razzismo. Il razzismo nasce nella maggior parte dei casi in ambito familiare, si eredita a livello del processo educativo, non esistono geni del razzismo. E poi si mette sotto accusa l’incapacità dei genitori di dire no ai loro figli, quasi sempre a causa dei sensi di colpa per essere stati poco attenti o poco presenti, allora il gesto spontaneo e psicologicamente sano di una carezza viene sostituito da un oggetto che dopo non troppo tempo sarà miseramente dimenticato. La trattazione di Crepet in questi temi attuali preannunciati con circa vent’anni di anticipo appare tuttora interessante e degna di riflessioni e discussione, ma poi l’autore finisce per scagliarsi in modo eccessivo contro le varie istituzioni che hanno il compito di vigilare ed educare i giovani, tra cui la scuola per la quale lo psicologo ha toni di estremo biasimo. Gli insegnanti al tempo avrebbero dovuto essere sottoposti a corsi di formazione, che in realtà già esistevano come esisteva una preparazione universitaria per i laureati che avevano l’obiettivo di entrare a lavorare nel mondo della scuola. Altri attacchi sono riservati tra le righe alle forze dell’ordine per l’incapacità di evitare i disordini generati dai giovani amanti della vita notturna, o alle istituzioni amministrative per la mancanza di progetti concreti per trovare spazi adatti all’incontro tra persone di ogni età. Ma è limitativo scagliarsi contro le singole istituzioni locali, quando è l’organizzazione imposta dall’alto che dovrebbe cambiare completamente, per la tutela e la valorizzazione proprio di bambini e adolescenti. Con ciò resta valido il richiamo del noto psicologo rivolto agli adulti, che dovrebbero imparare ad ascoltare in modo più attento i ragazzi.