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Non sono mai stata il mio tipo

Non sono mai stata il mio tipo

Suo padre, un industriale colto che parla nove lingue, le dice sempre che in un Paese straniero deve almeno capire che cosa le viene detto, magari spiccicare solo qualche parola (fondamentali “per favore”, “grazie” e magari pure qualche parolaccia). Irmgard Keun, scrittrice sin da ragazzina, trae molti vantaggi dalla grande apertura mentale della sua famiglia di origine, al punto da non aver mai paura nell’affrontare situazioni nuove e a volte potenzialmente pericolose. Riesce, a nove anni, a far condannare e licenziare il guardiano di un parco nel quale il fratellino minore si arrampica in un albero, ignaro del divieto, con il risultato di essere preso a scappellotti che poi riceve anche lei non appena si azzarda a protestare. Il giudice, tra le motivazioni della sentenza, inserisce: “Questa bambina è di una credibilità inconfutabile”. Mai ferma, mai doma, Irmgard da adolescente si dedica alla recitazione, ma è subito consapevole dei suoi limiti come attrice. Assiste, appena diciottenne alla lettura di alcuni estratti da Berlin Alexanderplatz ad opera di Alfred Döblin. Il romanzo è ancora inedito e lei ne rimane affascinata, ma al tempo stesso è in grado di affascinare lo scrittore al quale va subito a porgere i suoi complimenti. È così che fra i due nasce un profondo legame di amicizia, da quello stesso pomeriggio, al punto che lui rinuncia subito a una cena dove è invitato pur di farsi mostrare la città di Colonia dalla ragazza. La spinge a scrivere ed è da questa esortazione che nasce il primo romanzo di Irmgard, Gilgi, una di noi, finito il quale sale immediatamente sul treno per Berlino per mostrarlo all’amico, ma finisce i soldi e nonostante la richiesta a casa, viene aiutata dall’impiegato della posta che le presta cento marchi di tasca sua. Il gesto le rimane scolpito nella mente e non demorde. Trova una casa editrice nelle vicinanze del suo alloggio, consegna il manoscritto e... “gradirei una risposta entro domani”, dichiara, ma è appena il mattino seguente quando riceve un biglietto per firmare il contratto...

Nonostante la vita “ricca” di avventure, conoscenze, esperienze, considerazione espressa dagli altri, Irmgard Keun dichiara di non essere mai stata il suo tipo, quasi a lasciar intendere di non essersi mai piaciuta troppo. Eppure la sua esistenza straordinaria dovrebbe averla messa spesso a paragone con altre esistenze decisamente minori per coraggio, intelligenza, sfrontatezza, voglia di prendere la vita a morsi. Un’esistenza probabilmente “esagerata” anche per i nostri tempi, nel Terzo Millennio, figuriamoci negli Anni Trenta e Quaranta del Novecento. Eppure la voglia di vivere, di scoprire, di cimentarsi in ogni cosa nuova è quasi contagiosa in questa biografia della scrittrice, ricostruita attraverso il recupero di molte interviste a Irmgard Keun, tutte tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando cioè l’autrice è stata riscoperta. E soprattutto si apprende quello che è capitato nella sua vita, con la sorpresa di tanta modernità in una vita di inizio Novecento, a dimostrazione che l’apertura mentale nella vita è un’ottima base di partenza per condurre vite straordinarie, con la consapevolezza di essere emancipata e di aver fatto sempre tutto ciò che ha desiderato. Speciale il concetto di morte in Keun: “Ti sembra giusto che si debba fare una fine del genere, invece di svolazzare verso il cielo con ali rosa?”. C’è indubbiamente di che riflettere, magari facendosi non poche domande!