Salta al contenuto principale

Non ti faccio niente

Non ti faccio niente

1983. Remo Polimanti si avvicina ad un uomo che, seduto in auto, tiene tra le mani un uccellino ferito. L’uomo gli chiede aiuto, bisogna portare il povero animale da un veterinario ma non sa come fare, non può guidare e nello stesso tempo tenere in mano l’uccellino. E Remo si offre di aiutarlo. Remo sale sull’auto che parte e al suo posto lascia una paperella di gomma. Torna a casa dopo due giorni durante i quali i suoi genitori, di solito indaffarati e distratti, nella disperazione, hanno tentato di tutto, anche una partecipazione alla trasmissione televisiva “Portobello”. Remo ricorda un signore gentile che lo aveva portato a fare una gita, gli aveva comprato vestiti nuovi e giocattoli ma soprattutto lo aveva salutato piangendo e dicendogli di stare tranquillo, d’ora in poi sarebbe andato tutto bene... Trentadue anni dopo Remo, mentre pensa a come ritinteggiare una casa mangiata dalla muffa, si reca all’asilo a prendere Greta, la figlia di cinque anni. Ma lei nell’asilo non è mai entrata. Il padre la troverà sdraiata sulla scrivania del suo ufficio, in ordine, con le manine sul petto... Manuel Sarasso cade da un balcone. Ma nessuno crede ad una disgrazia, non quando si conosce la madre di Manuel, una donna paranoica che ha cresciuto il bambino più prudente del mondo. Lei, Alda Caretti, è un’altra dei trentadue bambini spariti nell’arco di sedici anni e ricomparsi in buone condizioni... Vincenzo Cecchini oggi ha cinquantasei anni ed è in sovrappeso. Vive isolato in una casetta lasciatagli in eredità dal nonno. Ogni tanto qualche buontempone tenta uno scherzo ma lui sa come fargli cambiare idea. La Nives, una bella e autorevole donna, ha preso a ben volere quell’omone taciturno e strano. Una simpatia che si è trasformata in affetto con il tempo e la conoscenza reciproca. Per questo non può abbandonarlo nel folle progetto che nasce nella testa di Vincenzo quando capisce che stanno uccidendo i figli dei suoi bambini, quelli che lui rapiva per proteggere. Non è l’unico a capire che c’è un legame tra quegli strani rapimenti senza nessuno scopo avvenuti tanti anni prima e le piccole vittime di oggi. Anche gli altri bambini, oggi adulti, ma senza figli, capiscono che devono intervenire, aiutare, perché in fondo sono tutti fratelli, rinati nella stessa maniera, salvati dallo stesso uomo...

Il titolo del romanzo di Paola Barbato, pubblicato per la prima volta nel 2017, con il quale la scrittrice si è aggiudicata il secondo posto alla nona edizione del festival internazionale NebbiaGialla per la letteratura gialla e noir nel 2018, è già il preludio inquietante di una tensione crescente che troveremo nelle pagine del libro. Chi, nella propria infanzia, non si è sentito chiamare da una madre arrabbiata per l’ennesima marachella con la tipica frase, suadente quanto ingannevole, «Vieni qui che non ti faccio niente!» sapendo che era una bugia? È una storia bambini fortunati che ce l’hanno fatta e di altri molto meno fortunati che non ci sono riusciti. È una storia di bambini che sono diventati adulti e che si sono trascinati i loro drammi dentro l’anima come pesanti cappotti da tenere chiusi in un armadio. La Barbato analizza il comportamento degli adulti e come l’egoismo, la disattenzione e la superficialità incidano in profondità nelle vite future dei loro bambini. Potremmo definirla una accusa alla moderna società, una denuncia. Genitori che lavorano, pieni di impegni sociali, che frequentano palestre perché il fisico è importante e nel tempo rimasto devono aggiornarsi sui social, ma non si accorgono della solitudine dei figli. Nel racconto tutti i rapiti tornano dopo tre giorni felici nutriti e ben vestiti. Ma nella realtà non c’è nessun Vincenzo a fare in modo che le cose poi vadano meglio. Nessun omone che rapisce per riconsegnare dopo tre giorni ad una famiglia che nel frattempo si è accorta degli errori che sta commettendo.