Salta al contenuto principale

Non ti fidare

copertina del libro

Roma. Pochi giorni prima di morire, la madre di Stella, sotto morfina, le prende una mano e le rivolge un avvertimento improvviso: non deve fidarsi più. Stella ha vent’anni e, sopraffatta dalla prospettiva della perdita imminente, non attribuisce particolare importanza a quelle parole. Una settimana dopo, quando la donna muore, ripensa però alla frase, ma non riesce a capire a chi la madre si riferisse. Sono trascorsi molti anni da allora; Molti anni dopo, Stella ha ormai trentaquattro anni, è reduce da una relazione sentimentale andata male ed è tornata a vivere con il padre. Si trova sola in casa e ha già preparato la tavola per la cena. Sul fornello c’è la minestra avanzata dal pranzo, secondo le abitudini alimentari semplici e regolari che la famiglia Carnevale conserva dagli anni trascorsi in Argentina. In genere, dopo cena, il signor Carnevale si ritira abitualmente nello studio, mentre lei si cambia ed esce, libera di organizzare la propria serata senza dover rendere conto a nessuno. Prima che il padre rientri, qualcuno bussa alla porta. Stella si trova davanti un anziano curvo e sfinito, con pochi capelli bianchi, un lungo cappotto e una vecchia valigia dotata di fibbie di cuoio. L’uomo ha un’espressione stanca, ma uno sguardo vigile. Quando Stella gli chiede chi cerchi, lui risponde di essere venuto per suo padre. Dall’accento, Stella comprende che è argentino. Lo sconosciuto afferma di essere un amico del signor Carnevale. Stella gli permette quindi di aspettare in casa e lo invita a sedersi alla tavola già apparecchiata. L’uomo si toglie il cappotto, lo piega con cura e lo posa sulla valigia. Poi prende posto, Stella gli serve la minestra e lui mangia in silenzio, con appetito. Quando il padre di Stella rientra, circa mezz’ora più tardi, trova la figlia e l’anziano seduti a tavola. L’anziano si alza in piedi, batte appena i tacchi e si rivolge al padrone di casa in spagnolo, chiamandolo colonnello. Carnevale gli domanda che cosa faccia in casa sua; l’altro risponde che devono parlare e insiste perché lo facciano subito. Il colonnello lancia a Stella uno sguardo rassegnato che la figlia non gli conosce, poi accompagna l’uomo nello studio e chiude la porta a chiave, cosa che non ha mai fatto prima…

Claudio Fava – giornalista e scrittore – scava in una delle ferite più profonde lasciate dalla dittatura militare argentina: il destino dei bambini sottratti ai genitori desaparecidos e cresciuti all’interno di famiglie legate all’apparato repressivo. Lo fa scegliendo una prospettiva privata, concentrata sul trauma di una donna costretta a riconsiderare in pochi giorni la propria identità, i ricordi dell’infanzia e l’amore per l’uomo che ha sempre chiamato padre. Stella Carnevale vive a Roma con il colonnello argentino che l’ha cresciuta. Ha superato i trent’anni, insegna geografia in una scuola media e conduce un’esistenza apparentemente stabile, sebbene attraversata da inquietudini che ne rivelano la fragilità. La morte della madre ha lasciato dietro di sé un ammonimento enigmatico: poco prima di andarsene, la donna le ha chiesto di non fidarsi. Stella non ha mai compreso il senso di quella frase, almeno fino alla sera in cui un anziano proveniente dall’Argentina si presenta alla loro porta e chiede di parlare con il colonnello. La mattina seguente entrambi gli uomini sono scomparsi. Poco dopo, la polizia convoca Stella e il passato comincia a emergere, ed è completamente diverso da ciò che la donna ha sempre pensato. Per Stella, ciò significa perdere in un solo momento il nome, l’origine e la trama affettiva attraverso la quale ha interpretato la propria vita. L’uomo che l’ha allevata, accudita e amata potrebbe essere responsabile di gravi azioni, anche nei suoi confronti. La protagonista si trova così davanti a un conflitto quasi insolubile: riconoscere il colonnello come colpevole, senza riuscire a cancellare il legame che li unisce. È proprio questa ambivalenza a rappresentare il fulcro del romanzo. Fava evita di ridurre Stella a semplice vittima di un inganno. La mette invece di fronte alla contraddizione di chi deve attribuire una responsabilità morale e giudiziaria a una persona che continua a riconoscere intimamente come padre. La scrittura procede con rapidità, attraverso capitoli brevi, dialoghi asciutti e una tensione vicina a quella del romanzo d’indagine. Questa scelta rende la lettura serrata e mantiene costante il senso di minaccia, ma comporta anche qualche sacrificio. Gli avvenimenti giudiziari e gli accertamenti sull’identità si susseguono in un arco temporale molto ristretto, mentre l’elaborazione emotiva di una scoperta tanto devastante avrebbe forse richiesto spazi più ampi. Alcuni passaggi decisivi sembrano così risolti con una velocità che rende meno profondo il processo interiore della protagonista. Questi elementi non annullano, però, la forza del tema centrale di una storia che racconta quanto possa essere difficile distinguere l’amore dalla riconoscenza, la memoria dalla menzogna, l’identità ricevuta da quella negata.