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Nostra signora delle nuvole

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Immerso nella vasca da bagno, tra acqua calda e infinite bolle di sapone, Mirko si concentra su un piccolo animaletto nascosto tra il flacone dello shampoo e quello del bagnoschiuma. Gli sussurra piano piano “dai, vieni fuori che ti ho visto” ma non conosce il suo nome, quindi non può chiamarlo. Annarita, sua madre, è intenta a parlargli di qualcosa ma è troppo concentrato per prestare molto orecchio; quasi all’improvviso ricorda che lei è lì, quando con una spugna imbevuta di acqua e bagnoschiuma inizia a strofinargli delicatamente la schiena. Per sua madre, i nomi sono importanti. Servono a possedere le cose. “Se conosci il nome delle cose, quelle ti appartengono. […] io ti chiamo e tu ti giri e aspetti, è come un super potere”, gli ha spiegato una volta. I nomi sono anche custodi del destino di chi li porta. Sarà per questo che a lui, Annarita, gliene ha dati ben sette di nomi: Mirko, Aldo, Ugo, Valerio, Riccardo, Angelo e Maria. Ognuno con una sua storia e un suo significato. “I nomi raccontano la storia delle persone che li portano” dice, mentre con il doccino inizia a far scivolare il sapone lungo il corpo. “L’ordine è importante Mirko. Nessuno può sapere la storia di qualcuno prima che accada, ma possiamo imprimere una direzione a partire dal nome. […] vediamo se sai la storia dei tuoi nomi” chiede, mentre con uno sforzo di memoria Mirko inizia a ricordare il perché di tutte quelle possibilità…

Sembra di essere dinanzi a un ritratto o a un dipinto con colori pastello, tenui eppure ben definiti e precisi, mentre ci si immerge nella lettura dell’ultimo romanzo di Mirko Zilahy. Lasciate da parte le tinte del giallo e del thriller che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico, Zilahy offre ai suoi lettori una storia che inizia con un bambino che descrive e racconta, con la semplicità che contraddistingue la sua età, la sua vita e il rapporto con la madre Annarita. È quest’ultima la vera protagonista del racconto. Il rapporto burrascoso con suo padre Gherardo, la nascita di Isabella prima e il trasferimento a Latina dopo, la nuova scuola… Una serie di istantanee che danno corpo e colore a quest’album di famiglia, nel quale Annarita gioca sempre un ruolo centrale anche quando sembra essere è una figura quasi sfocata in secondo piano nella fotografia. Sono “le mie persone e non i miei personaggi”, ha dichiarato l’autore in una intervista, i protagonisti di questo romanzo e che aiutano il Mirko bambino a compiere il suo percorso di crescita e formazione, senza indorare alcuna situazione. “Il mondo della fantasia ti serva da rifugio quando la realtà ti farà paura”, dirà a un certo punto Annarita, senza però mai permettere che l’una si sostituisca all’altra ma usando la fantasia solo come mezzo di difesa e sopravvivenza alla durezza della vita. Una crescita trasmessa anche dallo stile della narrazione. Nella prima parte, infatti, è Mirko bambino a parlare: i dialoghi sono serrati, i colori e i dettagli visivi sono quelli che mergono di più, si passa spesso da un tema all’altro. E come il bambino, anche la lingua cresce nel corso dei capitoli, giungendo nell’ultima parte, la quinta, a essere quella dell’uomo adulto. E nel mezzo, tutta la bellezza (e la drammaticità) di un percorso di crescita.