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Notte selvaggia

Notte selvaggia

Jake ha sempre fatto l’unico lavoro che davvero conosce, il barbiere. Purtroppo qualcosa è andato storto quando ha iniziato a gestire un giro di scommesse di diversi milioni, anche se mai si sarebbe aspettato di dover pagare un prezzo così caro. Testimone scomodo ad un processo, Jake vive nel timore di poter essere ucciso da un momento all’altro ora che è uscito di prigione. Di sicuro non sa che l’uomo a cui ha appena affittato una stanza di casa sua non è un ignaro studente del Magistero arrivato a Peardale per frequentare il college, ma un killer assoldato per farlo fuori. Dice di chiamarsi Carl Bigelow. Ma sotto le lenti a contatto, i denti finti, l’alzatacco che ne camuffa l’altezza, si nasconde tutt’altra persona: si tratta di Charles Bigger, un assassino con una scia di sangue alle spalle incredibilmente lunga. Nessuno lo ha mai visto o incriminato per qualche reato, nessuno sa niente di lui: il mondo lo conosce solo per un soprannome, Little Bigger, e per la sua efferatezza. Eppure qualcuno lo ha scovato là dove si nascondeva e gli ha affidato la missione di uccidere Jake: è l’Uomo. Senza nome, pieno di mistero, l’Uomo può tutto, arriva dovunque, ha più potere del potere stesso. Carl lo sa, ma è convinto che si tratti di un compito semplice da portare a termine: dopotutto Jake è un ubriacone inguaribile, paranoico, pazzo; non si accorge infatti che qualcosa continua a sfuggire al suo controllo: due donne completamente diverse lo attraggono nella loro rete fatta di seduzione e passione, in cui nulla è davvero come sembra. In fondo lo stesso Jake non è poi così stupido come sembra ed è disposto a tutto pur di non farsi uccidere, redendo il lavoro di Carl tutt’altro che facile...

Jim Thompson è universalmente riconosciuto come uno dei massimi esponenti del genere letterario noir: i suoi lavori, apprezzati soprattutto dopo la sua morte, avvenuta nel 1977, sono stati oggetto di varie riedizioni e di trasposizioni cinematografiche. Questo romanzo si caratterizza, come tutta la produzione dello scrittore americano, per un linguaggio crudo ed esplicito: Thompson, infatti, dimostra una straordinaria capacità nell’adattare la propria penna ai diversi registri linguistici dei personaggi che crea. L’atmosfera che domina la narrazione è onirica, a tratti sembra di essere immersi in una realtà allucinata e allucinante, di cui si faticano a mettere ben a fuoco i confini, i tratti. I personaggi stessi si presentano come estremamente fumosi, indefiniti, mancano di un eccessivo approfondimento psicologico che contribuisce a renderli vaghi e ammantati di mistero. Carl è caratterizzato dall’inadeguatezza che lo costringe a camuffarsi; da manovratore passa all’improvviso ad essere manovrato, senza più controllo, in balia, della macchinazione che egli stesso ha creato; tenta di aprirsi al Bene, ma è continuamente risucchiato nel vortice del Male che lo ghermisce impedendogli di uscire. Si è di fronte ad un assurdo teatro di burattini in cui continuamente sfugge chi davvero muove i fili. In un ottimo bilanciamento tra l’apparente tranquillità di una vita di provincia e pensieri ed azioni sempre più brutali, il romanzo culmina in una follia che assume tratti simili a quella shakespeariana, una follia capace di annebbiare le menti e di spingere ad azioni irrevocabili e fatali.