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Notte tenebricosa

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Sostiene il Manga che la notte sia una pentola, una pentola gigantesca. Perciò noi ci ritroviamo dentro quella pentola, tecnicamente siamo qualcosa da mangiare, siamo commestibili e andremo tutti equamente e opportunamente cotti; mica è detto che finire pappati sia segno di disprezzo, anzi: è una forma di estremo privilegio, a ben guardare. Rimane da capire chi ci salerà (degli angeli, forse, con la loro rugiada) e come verremo conditi, rimestati e cucinati, in genere, e da chi, e con quali tempi e quanto stile. Andremo dunque a parlare non tanto più di destino di ciascuno di noi, ma più correttamente di ricetta, di ricetta più adatta a ciascuno di noi: tenendo presente, naturalmente, che “i cicli della storia, le rivoluzioni e i precipitosi affrangimenti sono regolati da un supremo Artusi, dove si legge: Sbattansi guerre dodicimila, cervella millanta. E magari certi bizzarri sommovimenti, certi estri di miracolanti sentenziosi, saranno come esperimenti di inacetire, o maderizzare, o rosolare ora qua ora là, perché codesto soufflé vuole cure e invenzioni”. Congettura il Manga che la notte sia il nostro scaffale, e che le nequizie e le stoltezze cui ci invita, e poi i rimorsi e gli affanni e via dicendo, tutto ciò insomma finisca per maturarci e darci sapore, per avvicinarci al vero Signore che se ne intende; che non sia dunque questa notte fatta della stessa sostanza dell’inferno? No, aspetta. L’inferno è la luna, perché è tutta gelida e così intensamente luminosa, e anzi “torrida e tenebrosa”. E le anime dei morti ascendono al sole, dove vengono attesi da un grande tribunale (e il sole mica manda luce alla luna, è ogni dannato che porta con sé un poco di luce, alla luna). La notte è un mistero da scandagliare senza sosta. Non va in giro per il mondo, non conosce nulla del mondo, “è sempre al suo posto ed anzi, forse per educazione, forse per naturale stoltezza di ogni cosa fa una pasta negerrima, di nulla curando”; qualcuno l’ha forse educata a non guardarsi attorno, a essere così taciturna e schiva (come potremo dunque pizzicarle le natiche?). Ipotizza quindi il Manga che la notte sia nevrotica, che noi siamo forse i suoi sogni sinistri, le sue oniriche premonizioni; e che la notte sia quindi condannata a interpretarci, noi che siamo implacabile errore. Altro sentiero porta a ritenere che la notte non sia niente altro che limpida malattia mentale, o che nasca dalla malattia mentale di noi che andiamo ad abitarla. In ogni caso, da millenni non muta, la notte; è forse incurabile e i suoi gesti sono sempre identici, “immersi in una follia costante come deve essere costante la sua devozione”, e terribile la notte in cui la notte guarirà dalla propria notturnità, e...

Originariamente apparso, postumo, nel 2015, con diverso titolo (Catatonia notturna) e per i tipi di Aragno, sempre a cura di Lietta Manganelli, il divertissement Notte tenebricosa vede la luce a fine 2021 per la Graphe.it in una nuova edizione, corredata da una prefazione del critico letterario Alessandro Zaccuri e da un lungo dialogo tra lo psicologo Emiliano Tognetti e Lietta Manganelli, unica figlia ed erede dell’artista. Zaccuri considera il dittico raccolto in questo volume “un ritrovamento e una testimonianza, certo, ma forse anche un pegno che viene restituito”. Si tratta dell’unico lavoro di Manganelli dedicato totalmente alla notte. Bianca Garavelli, pochi anni fa, aveva considerato Catatonia notturna/Notte tenebricosa “un libro di ipotesi sulla notte” opera di uno che era “maestro nell’inventare ipotesi”; ritrovato tra le carte, le camicie e le canottiere di casa Manganelli, datato 1965 (di poco successivo, quindi, alla pubblicazione del fondamentale Hilarotragoedia), è un osso di seppia della formidabile creatività dell’imprevedibile Manga, rimasto misteriosamente (o meglio, piuttosto inspiegabilmente) inedito. A dar retta a Graziella Pulce di «Alfabeta2», “pare testo scritto di getto, seguendo una sorta di cavallo lanciato e lasciato libero di scegliere autonomamente la propria strada”: questo, per Pulce, è “un testo che fa della divagazione e degli scarti la materia prima del discorso, che si scempia e si frastaglia [...] e in cui il lettore di Manganelli trova motivi sviluppati più compiutamente in opere che già conosce. Motivi che qui troviamo allo stato di esplosione angosciosa e blasfema”. Nell’intervista, la figlia Lietta esordisce raccontando che sta scrivendo da oltre cinque anni la sua biografia, non senza difficoltà, perché suo padre era un gran bugiardo, uno che raccontava la vita come voleva lui. Nel frattempo, la letterata si sta dedicando alla propria autobiografia, Vita minima di una nota a margine, resistendo come può al mito di un padre tanto ingombrante. Lietta racconta della biblioteca paterna e della sua sorte; di come e dove scrivesse; delle sue origini emiliane e di una “bolla di follia”, da quelle parti, follia creativa e follia pura. Racconta del suo destino tragico e della sua infanzia complessa in un contesto famigliare fradicio di sofferenza psichica, di anaffettività e di nevrosi; della sua adorazione per il Pinocchio di Collodi (salvo l’epilogo) e della letteratura come sua salvezza; della sua timidezza e dei suoi primi, sfortunati amori; della sua estraneità alla tecnologia (tolta una vecchia Olivetti) e del suo inconcepibile talento per le lingue (le imparava con facilità sconcertante); delle sue vicende belliche e dell’incidente diplomatico capitato con Calvino; di com’era da insegnante e di come veniva percepito il suo lavoro; di quanto poco abbia viaggiato per oltre mezzo secolo e di come siano incredibilmente cambiate le cose dopo i 54 anni; racconta quanto Manganelli fosse consapevole del suo disagio psichico e quanto temesse fosse ereditario; di quanto a lungo è stato tenuto lontano dalla sua amata bambina e del loro commovente primo incontro, Lietta diciottenne, e di una delirante sceneggiata paranoica di Gadda; del rapporto incandescente tra Manganelli e la Merini. Nelle parole di Zaccuri, Lietta “rievoca e cerca di mettere ordine nelle fantasmagoriche cronache domestiche, si muove con sicurezza nel garbuglio della bibliografia paterna […] Che sia una narratrice istintiva, però, rimane indiscutibile”. Sottoscrivo: attendo con estremo interesse l’annunciata Vita minima di una nota a margine, sento il profumo di qualcosa che potrà rimanere impresso a tanti, nel tempo, per via della personalità, del coraggio, della difficoltà (di essere; e di dire ciò che è, nonostante tutto).