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Notturno islandese

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Quando Ari Þór, ispettore di polizia della cittadina islandese di Siglufjörður, viene svegliato dal pianto di suo figlio di dieci mesi, sono le cinque e mezza del mattino. Lui vorrebbe dormire. Dormire e smaltire quell’influenza che ha costretto il collega Herjólfur ad un turno straordinario al posto suo. Poco dopo prende a squillare il cellulare “lasciatemi dormire…”, no. Ari risponde, è una voce di donna, la moglie del collega: vuole notizie del marito, Herjólfur non è tornato a casa e non risponde né al cellulare, né alla stazione di polizia. “Addio sonno…”. Con la febbre addosso e il freddo che inaugura la stagione dell’inverno polare, Ari esce di casa in cerca del collega. Non ci mette molto a individuare l’auto di servizio ferma sul ciglio della strada, poco fuori città, vicino a una casa isolata e abbandonata. A terra, a pochi metri dal tetro edificio, giace un uomo in divisa a coprire a malapena una vistosa pozza di sangue. Grazie all’influenza e al cambio turno, il collega s’è beccato una pallottola al posto suo… Uno scontro a fuoco!? Cosa inaudita e impensabile in una cittadina di pescatori d’aringhe dell’estremo Nord dell’isola: il fatto è così eclatante ed inusuale che presto finisce sotto i riflettori di tutti i notiziari nazionali. Ovvio che a guidare le indagini deve essere qualcuno inviato da Reykjavík, fortuna vuole che sia Tómas, ex collega e amico di Ari. A destare inquietudine è anche il luogo di quella che sembrerebbe un’imboscata: una casa isolata e diroccata, abbandonata da decenni, che alcuni vociferano sia luogo di smercio e consumo di droga. Sì, perché in effetti quella casa si trova proprio vicino al tunnel che ormai collega Siglufjörður alla municipalità di Ólafsfjörður e, soprattutto, alla strada statale, rendendo la tranquilla cittadina meno isolata e incontaminata di quanto l’immaginario collettivo voglia continuare a pensare. Perché no un viavai di stupefacenti? Sarebbe il luogo ideale: tranquillo e con forze di polizia quasi inesistenti. Ma c’è anche un’altra componente che aleggia attorno a quella casa: molti anni prima fu teatro di una morte data sbrigativamente per accidentale sulla quale non si indagò più di tanto. Voci sottaciute ma latenti. Pochi saprebbero e nessuno vuole parlarne. Voci dunque, roba di paese. O forse no. E se si iniziasse a scavare proprio da lì?

L’efficacia dei noir scritti bene si apprezza soprattutto quando si avverte che l’autore non si è sentito in obbligo di adottare lo “stile noir”. Un po’ come quando una persona ci risulta simpatica perché è tale, e non perché si “mette” a fare la simpatica. Notturno islandese si presenta con i crismi di una storia, una storia interessante fatta anche di credibile quotidiano, come accade con i polizieschi di Sciascia o le inchieste del Commissario Maigret. Ragnar Jónasson riesce ad attraversare senza vistosi salti di steccato anche i diversi punti d’osservazione dei vari personaggi, riuscendo così a non fare un “santino” del suo protagonista. Non incorre dunque nel facile gioco di supercaratterizzazione del proprio eroe rispetto a un resto del mondo tutto sommato bidimensionale e reso narrativamente accessorio e funzionale alle imprese della propria creatura. L’ambientazione quasi desolante, scarna e grigia, di una cittadina islandese alle porte dell’inverno, lascia ampio spazio da riempire col paesaggio umano. Le trame e sottotrame parallele e ben gestite coinvolgono le vicende familiari degli attori della storia, i rapporti interpersonali e le indagini, avvicinandosi al thriller quando l’alone di mistero va a posarsi attorno alla casa diroccata che a suo tempo fece da scenario a una morte oscura che una comunità intera sembra voler rimuovere. Ipocriti perbenismi di facciata e reticenze tipiche della provincia che, a qualunque latitudine, funzionano sempre col delitto, vero o supposto che sia. Forse perché fanno da accompagnamento al timore collettivo di veder scoperti, congiuntamente alle indagini, vizi privati e atti inconfessabili che è meglio restino sotterranea diceria, senza il marchio della verità acclarata. Come non andare con la mente a Il Commissario Pepe (film, Ettore Scola, 1969), a Piano… piano dolce Carlotta (Robert Aldrich, 1964, anche qui una casa da abbattere, un delitto del passato e una strepitosa Bette Davis), oppure a La casa dalle finestre che ridono (Pupi Avati, 1979) o, restando ad Avati ma tornando al romanzo, al suo sorprendente Il ragazzo in soffitta (Guanda, 2016). Insomma, per gli amanti dell’indagine, quella vera: quella umana.