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A nuda voce

avocenuda

La voce è il segno dell’umano, ne siamo affascinati anche perché ognuno di noi ne ha una diversa, che diventa un marchio. Perché però le voci sono tutte diverse? Non solo per motivi anatomici, ma anche perché la voce è soprattutto memoria che conserva la traccia della nostra storia. Diventa la nostra soggettività. Essa non è solo uno strumento per parlare o cantare, è un’impronta che rivela la pasta vocale del soggetto. Chi ascolta ne registra un’intonazione e sceglie inconsapevolmente un senso particolare della frase: dalla prosodia o dalla modulazione della voce è possibile capire se la persona ci sta mentendo, se con le sue parole avvicina o allontana, se giudica o assolve. La nostra voce dice tanto di noi anche delle nostre provenienze, è veicolo della parola che modifica, storpia, canta, sceglie. La parola portata alla bocca dal suono viene scelta tramite i vari sinonimi ed essa ha un legame con l’inconscio poiché è proprio quando evoca che viene rimossa. La voce non mente e, durante un’analisi, la voce dell’analizzando può incappare in incidenti rivelatori con le increspature, gli inciampi che diventano importanti per l’ascolto analitico. La voce diventa inconscio al lavoro. A volte, ascoltandola registrata, ci sembra di non riconoscerla, ha una sua vita e non sempre risponde ai comandi soliti del soggetto mettendolo a volte in difficoltà con quegli slittamenti o abbassamenti vocali che affliggono gli artisti prima di andare in scena. Altra riflessione importante che la psicoanalisi fa è di mettere in relazione la voce con la sessualità. Potrebbe sembrare azzardato legare questi due aspetti, ma chi canta sa che c’è un legame fra laringe e zona genitale tanto che la foniatria parla della laringe come di un organo sessuale secondario, evidente in adolescenza quando si ingrandisce soprattutto nei maschi. Tema importante che spinge i ragazzi a dover accettare insieme al cambiamento del corpo anche una nuova identità vocale…

In questo lavoro/ricerca la psicoanalista Laura Pigozzi parla di due arti alle quali da anni si è dedicata: la psicoanalisi e lo studio della voce e del canto. Potrebbe apparire bizzarro a chi non si occupa di questa disciplina associare la psicoanalisi all’arte ma la psicoanalisi rende conto dell’originalità umana in quanto il suo approccio non tende a medicalizzare il sintomo. Del resto la psicoanalisi intrattiene con la voce un rapporto di lunga data se ricordiamo che Anna O., la famosa paziente di Freud, l’ha definita “talking cure”. Ripercorrendo in chiave psicoanalitica la fisiologia del canto l’autrice apre la strada a nuove e interessanti riflessioni sui lapsus, le balbuzie, l’autismo in quanto ascoltare la voce diventa un modo per capire la relazione primaria fra madre e bambino. Con il riferimento a scrittori come Pirandello, Kafka, a pittori come Kandinsky o cantanti come Billie Holiday e la rilettura originale del canto delle sirene a Ulisse, Laura Pigozzi esplora e reinterpreta un territorio poco studiato. Grazie al suo lavoro di psicoanalista, riesce a leggere il rapporto tra la psicoanalisi e la contemporaneità, con particolare attenzione per la voce, l’arte e le nuove forme dei legami familiari. È anche insegnante di canto e conduce percorsi di formazione e d’aiuto. È membro della Fondation Européenne pour la Psychanalyse, già vicepresidente di Lou Salomé-Donne psicanaliste in rete. Cura il blog Rapsodia e ha fondato il Non Coro, laboratorio stabile di sperimentazione e creatività vocale. È nel comitato scientifico e docente della Società Italiana di Musicoterapia Psicoanalitica.