Salta al contenuto principale

Nuoto libero

Nuoto libero

La piscina divide il mondo in due: ‘lassù’ e ‘quaggiù’. Nel primo ambiente, pericoloso e chiassoso, si trova tutto ciò che si vorrebbe dimenticare, come il proprio lavoro con annessi colleghi, le scadenze sui pagamenti, i proprio vicini di casa e le loro liti a tarda notte, le automobili. Nel caso di Alice, ciò che vuole lasciare ‘lassù’ è proprio il fatto di dimenticare. Sott’acqua, che cosa importa se a volte scorda di compiere qualche piccolo gesto quotidiano, come spegnere i fornelli? ‘Quaggiù’, tutto è leggero. Tutto è calmo. Questo può dipendere dal fatto che il cloro purifica qualunque pensiero negativo, oppure dalle regole che vigono in piscina. È vietato, per esempio, rubare ciabatte o asciugamani di altri. Il costume a due pezzi è sconsigliato e, per nessun motivo al mondo, sono accettati i guardoni. Inoltre, la gerarchia va rispettata: i nuotatori da corsia lenta non devono interferire con quelli da corsia media e, tantomeno, con quelli da corsia veloce. Quando arriva la crepa sul fondale, nessuno sa darle un’origine. Da quanto è lì? Che cosa l’ha provocata? Scomparirà prima o poi? È riparabile? Che cosa sarà della piscina? Il ‘quaggiù’ è stravolto. Non riesci ad aggirare la crepa e a non pensare costantemente al fatto che esista. Nuotandoci sopra, non puoi non chiederti quanto tempo ci vorrà prima che inghiotta tutto. Alice ha sempre amato nuotare, ma ora ha paura. I medici dicono che anche il suo cervello abbia una crepa e che le sue saltuarie dimenticanze non siano semplice distrazione. C’è qualcosa che lava via i suoi ricordi. Forse la crepa della piscina e quella della sua mente sono collegate e l’acqua che evade dalla prima sgorga nella seconda, annacquando ciò che incontra: i piatti preferiti dei suoi figli, il viso di suo marito, il proprio nome...

Julie Otsuka è l’autrice statunitense di origine giapponese di Venivamo tutte per mare. Nuoto libero è uno scritto che, per la sua brevità, si potrebbe quasi considerare un racconto. La quantità di pagine, tuttavia, non influisce affatto sull’intensità. Ognuna di esse è un dono. La storia inizia con un quadro dettagliato ed elegante dell’ambiente della piscina che la protagonista frequenta. Esso somiglia ad una scena di vita di comunità nella quale ogni personaggio raffigurato è intento a svolgere una precisa occupazione. Come in Venivamo tutte per mare, torna anche in Nuoto libero la prima persona plurale, che dona alla narrazione un senso circolare ma intimo che da solo basterebbe a commuovere. La crepa che, inaspettatamente, arriva a turbare gli equilibri della piscina introduce al lettore l’elemento della malattia di Alice, madre della narratrice. Quella che Julie Otsuka porta avanti è la dignitosa e discreta osservazione del declino della vita di una donna nel suo ritmo lento, ma inarrestabile. La narrazione si sposta dalla piscina coperta alle mura della casa di riposo nella quale Alice si trova a vivere gli ultimi anni che le rimangono. La crepa che ha incrinato la sua memoria non può essere riparata. I figli ed il marito tentano con pazienza di aiutarla a riordinare i suoi ricordi, a distinguere ciò che appartiene al passato e al presente, a farle capire che la donna anziana che vede ogni mattina riflessa nello specchio è proprio lei. Nonostante il racconto sia doloroso, ciò che arriva al lettore è attaccamento alla vita e l’inestimabile valore dei propri ricordi. L’eleganza della penna di Julie Otsuka aiuta a far vincere la luce. Di Alice non ricordiamo la fine, ma che amava nuotare, che a guidare non era poi così brava e che, senza alcun dubbio, è stata un’ottima madre.