Il’ja Il’ič Oblomov, poco più che quarantenne, trascorre le sue giornate fra il letto e il divano, sonnecchiando e, soprattutto, rimuginando mentre si gira e rigira fra le lenzuola: ha così tanti pensieri per la testa, che si sente perennemente sopraffatto e spossato. Non è che non lavora per scelta, ma ha dovuto rinunciare al lavoro: da brillante impiegato, non ha retto la pressione delle scadenze, delle incombenze, dei controlli del capo ufficio. Perché non ne riesce a capire il senso, l’utilità. Ma neanche a casa riesce a star tranquillo: arrivano le lettere dell’amministratore della sua proprietà di trecentocinquanta anime, a presagire difficoltà della gestione dei contadini; arriva l’ingiunzione di sfratto del padrone di casa che vuole allargare l’appartamento per farne dono di nozze al figlio che sta per sposarsi; arrivano amici da ogni dove che si invitano a pranzo, gli dicono che fare, dove andare, che vestiti mettere. Tutti questi sono intoppi al suo progetto, fermo ancora al livello di una idea, da anni: ogni elemento esterno lo distrae, gli porta un cumulo di nuovi pensieri che lo affaticano più ancora che la realizzazione del suo stesso progetto. E ci si mette anche il suo servo, Zachar, che scende dalla stufa per interrompere i suoi sonni pacifici e richiamarlo ai suoi doveri: ma quali doveri? Ma perché proprio oggi? Ma davvero deve pensare a tutto quel giorno lì? E poi c’è Andréi Ivànovic’ Stolz, amico d’infanzia, che non solo è riuscito ad introdurlo nel salotto della bella Olga e di sua zia, ma adesso addirittura vorrebbe portarlo con lui all’estero: è vero, il medico gli ha detto che avrebbe bisogno di cambiare aria, di visitare Paesi con un clima migliore di quello di Pietroburgo, ma c’è da fare il passaporto, c’è da sistemare la casa, c’è da pensare a come gestire il terreno dell’Oblomovka. Non è il giorno giusto per pensare a tutte queste cose insieme, e poi non ne capisce la necessità. Sicuramente è meglio buttarsi di nuovo sul letto e provare a dormirci su...

Nulla è più sbagliato che considerare Il'ja Il'ič Oblomov una persona inetta e pigra: al contrario è fine stratega di una filosofia di vita (oblomovismo, per definizione dello stesso autore) basata sulla resilienza, più che sulla resistenza e la sopravvivenza. Potremmo addirittura dire che è un eroe della resilienza quotidiana. Oblomov, uscito dalla brillante penna di Ivan Aleksandrovič Gončarov nel 1859, è, infatti, il paradigma di uno stile di vita tutt’altro che passivo: di fronte alla frivolezza di una società deturpata dal capitalismo e dallo zarismo, divisa fra servi, impiegati, cortigiani e aristocratici, sceglie di lottare per un mondo diverso, più sostenibile, diremmo oggi, un mondo scevro da ogni tipo di frenesia ed ipocrisia, il tutto a suo modo, un modo tranquillo e riflessivo. Da qui l’idea di ritirarsi in campagna, con una moglie, dei figli, qualche servo, pochi amici e soprattutto senza l’assillo del lavorare per esistere o dell’esistere per lavorare: Oblomov vuole una vita piena, fatta di sensazioni semplici e gesti misurati, di passeggiate senza una meta precisa, una vita stanziale senza il miraggio dei viaggi fini a se stessi. Per questo la lettura di questo classico ottocentesco oggi risulta tanto ostica, per il suo incedere minuzioso, a volte irritante, ma è folgorante come una epifania: la sua pigrizia è resilienza, la sua filosofia è contro ogni conformismo, il suo punto di vista è differente, fatto di particolari, di poesia: è un “poeta del vivere, perché la vita è poesia. Gli uomini possono deturparla finché vogliono, resta pur sempre poesia.” Dal romanzo è stato tratto nel 1980 un film, diretto da Nikita Mikhalkov, vincitore nel 1981 del premio del National Board of Review Award.