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Obscuritas

obscuritas

Stoccolma. Luglio 2023. Micaela Vargas sta facendo colazione quando Jonas Beijer la chiama al telefono per comunicarle la riunione di squadra nell’ufficio del capo. Martin Falkegren è il più giovane capo della polizia provinciale svedese e questa posizione lo sbilancia verso l’innovazione e l’apertura mentale, ostentate con fierezza “come medaglie sul petto”, anche se non necessariamente condivise. Al momento si stanno occupando di un caso dal forte peso mediatico: Jamal Kabir, rifugiato afghano fuggito dai talebani, è stato ucciso a colpi di pietra da un ubriacone dopo una partita di calcio giovanile che stava arbitrando. Micaela è la prima ad arrivare in sala riunioni: Falkegren non ricorda il nome della giovane cilena, eppure sa che il commissario Carl Fransson vuole estrometterla dal caso, in cui è stata coinvolta benché appartenga alla polizia locale perché a conoscenza di informazioni sull’indiziato. L’atmosfera in sala non è delle migliori, le intrusioni della direzione non sono ben viste dagli investigatori nonostante Falkegren si sforzi per farsi accettare, ma il capo li ha riuniti per metterli a parte del fatto che ha coinvolto nell’indagine il professor Hans Rekke, docente di psicologia ed esperto mondiale di tecniche di interrogatorio, a cui senza consultarli ha già inviato il fascicolo, generando disappunto nei presenti. Qualche giorno dopo, quindi, Micaela si ritrova in viaggio col commissario Fransson e altri colleghi in direzione villa di Rekke in una macchina surriscaldata e malmostosa…

Obscuritas versus claritas, luce e ombra, sono due facce della stessa verità, due poli tra i quali oscillano gli elementi del romanzo di David Lagercrantz, ognuno con il suo carico esistenziale: torture e musica, incapacità e talento, viltà e forza d’animo, segreti e verità. Lo stile è diretto, asciutto, nordico, e la prosa scorrevole, ma alcune parti risultano tortuose o poco chiare a causa di giri mentali ridondanti che distraggono e disorientano, o dove alcuni brani sembrano addirittura isolati, sospesi nel mezzo. Inserirsi nel meccanismo narrativo all’inizio è quasi difficile, ci sono salti temporali o di contenuto, ma anche a causa dei nomi propri difficili da memorizzare, come spesso accade in opere in lingue i cui suoni non siamo abituati a sentire (o leggere), ma in seguito scorre meglio. La trama ha analogie con altri romanzi: la poliziotta solitaria che per risolvere il caso si affida a un civile con capacità deduttive o “psicologiche”, spesso psicologicamente instabile o dipendente da farmaci, ricorda molto Mina Dabiri con Vincent Walder della trilogia di Läckberg e Fexeus, ma anche Colomba Caselli con Dante Torre di Sandrone Dazieri. A metà tra il surreale e il critico, incastra in equilibrio millimetrico spionaggio, complotti, servizi segreti, talebani e guerra, politica, con l’obiettivo – sembra – di focalizzare l’attenzione su un mondo sommerso di torture, violenza e repressione, tanto che l’indagine è frammentaria e disorganizzata, portata avanti in solitaria e a singhiozzi da Micaela con l’aiuto di Rekke, in contrasto con l’incompetenza delle indagini ufficiali. Non mancano machismo e razzismo, ma anche angoscia e tormento.