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Odissea

Odissea

Alla fine non c’è parte del suo corpo che non sia coperta e grondante di sangue: l’Arciere ha fatto chiudere le porte e uno dopo l’altro ha passato con le sue frecce gli usurpatori. Fatica a riconoscersi a casa, fatica a riconoscere la sua stessa moglie, Penelope, che lo ha aspettato per vent’anni. Dopo un bagno caldo, fatica anche a riconoscere i suoi vecchi vestiti. È tutto così nuovo, così diverso, non era più abituato ai lussi ed agli agi. La sera seguente riunisce i suoi familiari, la moglie, il figlio, amici e servi e, seduti davanti al fuoco domestico, nella sala del palazzo, comincia il doloroso racconto degli ultimi vent’anni di vita trascorsa fra battaglie, mostri, dèi. La sua storia meraviglia tutti, li commuove: quante disgrazie ha dovuto superare, quanto sangue, quanti morti, e poi la fame, la sete, navi che affondano come sassi in un mare capriccioso. Finché i ricordi gli pervadono le arterie, lo convincono che il suo posto non è seduto al sicuro in un palazzo, ma in mare a cercare nuove imprese. È deciso: in segreto raduna gli uomini più coraggiosi, fa preparare una nuova nave, fa razzie di cibo anche a casa sua per riempirne le stive, arma gli animi dei compagni di viaggio prospettando un nuovo vagabondaggio, l’ultimo. All’alba, dopo il canto del gallo, mentre la sua sposa e l’intera isoletta dormono ancora, la nave scivola silenziosa in acqua: la donna si alza e lo vede richiudere il portone del palazzo, solo allora si lascia vincere da un urlo straziante. Ricomincia il viaggio dell’uomo chiamato Ulisse...

Quando Nikos Kazantzakis termina il suo ambizioso lavoro - riscrivere l’epopea di Ulisse narrata secoli prima dal padre Omero - è il 1938, ma l’idea è nata 13 anni prima sulla sua isoletta di Iraklio, dove lo scrittore si era rifugiato per osservare e fuggire l’arrivo imminente dell’ondata del male che avrebbe travolto il mondo intero. Ha bisogno di riscoprire la natura umana, di fuggire con la mente i sinistri presagi di distruzione e per questo si lascia vincere dall’idea di far rivivere l’epos dell’uomo che cerca se stesso, Ulisse, per salvare il mondo intero. Per questo la sua decisione di esorcizzare l’abisso dell’umano andando alla ricerca dell’essenza dell’uomo ha una funzione salvifica, dapprima per lo scrittore, quindi per chi leggerà. Il racconto di Kazantzakis, prima ancora di pagare il suo debito ad Omero, riprende ed amplifica l’episodio dantesco del XXVI Canto dell’Inferno, dall’orazion picciola che agisce come un balsamo, malefico tuttavia, per i compagni di viaggio, con la stessa solennità e necessità: il viaggio, necessaria ricerca di realizzazione della propria missione nel mondo terreno. I suoi compagni di viaggio non hanno nomi altisonanti, ma sono noti per le loro doti: Capitan Conchiglia è un anziano marinaio, Centauro un grassone di buon cuore; Bronzista è il maniscalco del palazzo di Itaca, Orfeo è un flautista un po’ matto. Distorsione e riadattamento del senso degli epiteti inaugurati da Omero. L’Ulisse di Kazantzakis si fermerà a Creta, dove rovescerà il regno di Idomeneo e darà alle fiamme Cnosso; quindi abbandonerà Elena fra le braccia di un barbaro da cui nascerà Elleno, unione di due civiltà; viaggerà in Egitto dove fonderà una nuova città che sarà subito distrutta da un terremoto. Infine riprenderà il viaggio verso Sud: in cammino incontrerà Capitan Uno (Don Chisciotte, autore amatissimo) e il Pescatore Gentile (Gesù Cristo), per poi morire e trasformarsi in luce. Niko Kazantzakis è meno noto presso i lettori italiani di quanto lo sia Antony Quinn che impersona Zorba danzante su una spiaggia sulla musica di Theodorakis; o di quanto sia il Cristo di Martin Scorzese che si lacera per resistere all’ultima tentazione: entrambi i soggetti sono raccontati in suoi libri, eppure Kazantzakis è lontanissimo dalla loro fama. L’essenza della sua scrittura e del significato della sua vita sono racchiusi nelle parole del suo epitaffio, da lui stesso dettato: “Non spero niente. Non temo niente. Sono libero”.