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Ogni volta che ti picchio

Le cose che, quando una donna è intrappolata da mesi in tre stanze con veranda, quando la sua vita ha come perno il marito, quando la sua occupazione è quella di essere una casalinga in una città straniera in cui si parlano lingue sconosciute, può fare, in primo luogo per sé stessa, onestamente non sono molte. Specialmente se, appunto, di fatto vive in una prigione, nonostante il subdolo nome di Villa del Piacere, i due ingressi laterali e il giardino: piccolo, però, e protetto da mura. L’apparenza inganna, da fuori non si direbbe affatto un inferno: le bougainville bianche e fucsia sono rigogliose, così come le piante di papaya e l’albero di cocco disegnano nel cielo begli arabeschi. Cinquanta metri più in là c’è la casa del vicino, che passa a riscuotere l’affitto per conto del fratello, proprietario della tenuta. Sul lato opposto, il secondo ingresso dà su un vialetto che, restringendosi in un sentiero selciato, porta a un cimitero e a un convento. Al centro di tutto questo c’è la casa, dove la protagonista viene continuamente picchiata…

L’India è un paese in cui c’è ancora molto da lavorare sulla parità di genere e specialmente nell’ambito della violenza nei confronti delle donne. Come dappertutto o quasi, ma lì la situazione è particolarmente seria. Gli ultimi dati parlano di uno stupro ogni quarto d’ora, e ci sono magistrati che mettono sotto attacco le vittime: è di pochi mesi fa la dichiarazione di un giudice dell’alta corte del Karnataka che ha concesso la libertà al sospetto violentatore in attesa del processo perché, siccome la donna dopo lo stupro perpetrato dal suo datore di lavoro era crollata addormentata stanca per l’abuso subito, il magistrato ha ritenuto che il comportamento di lei fosse disdicevole, indegno di una donna indiana, che non fa così quando viene violentata. Il problema, atroce, è quindi evidentemente in primo luogo culturale: e Meena Kandasamy è una giovane donna colta, una poetessa, una scrittrice, una traduttrice, un’attivista, che è in possesso di tutti gli strumenti per poter ben destreggiarsi nei marosi della vita, che conosce un docente universitario ex guerrigliero maoista, un uomo che sembra un angelo, con cui si sposa e va in fretta a vivere in una splendida villetta circondata da un giardino selvaggio in una località costiera. Ben presto l’idillio però si trasforma in incubo, il nido d’amore in una prigione, l’angelo in un diavolo violentissimo, un bruto: Meena Kandasamy non usa retorica nel raccontare la vera e dolorosissima storia del suo primo matrimonio, che inaspettatamente è diventato un calvario, e lo fa con accenti lirici, delicati, intensi, necessari, caratterizzati in ogni dettaglio dal rigore della testimonianza – lo dice apertamente, deve prendersi delle responsabilità sulla sua vita, deve scrivere la sua storia – di un argomento tragico e centrale nella società contemporanea.