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Oltremare

Oltremare

Bolivar cammina sulla spiaggia, i piedi calzati nei sandali di plastica tenuti insieme dal nastro adesivo e un berretto da baseball in testa. Studia i colori dell’alba, delle nuvole, annusa il vento in cerca di indizi di guai: è annunciata una tempesta. Il bar di Rosa è ancora chiuso, è una malandata capanna sulla spiaggia, i pescatori si ritrovano lì. Guarda le sue grandi mani che sostengono la pancia strabordante, ha un fisico tozzo, massiccio, è lontano l’uomo che era. La spiaggia è deserta. Angel, il suo compagno, non è ancora arrivato. Ripensa a ieri sera, tutti e due sulla sua barca “Camille” a bere birra, parecchia. Chiama forte Rosa e come risposta sente Alexander che canta le sue canzoni tristi mentre ripara reti consunte, seduto sopra una vecchia ghiacciaia scolorita dal tempo. Bolivar entra nel bar, accende il televisore, c’è la partita di calcio della sera prima, Rosa sta dormendo sull’amaca. Lui la chiama e la sveglia: “Hai visto Angel?”. Brontolando si alza, è mezza svestita e lui la guarda come se fosse una preda. Pensa addirittura di sposarla, vorrebbe tornare a sistemarsi, a vivere in ordine. Rosa apre il frigorifero e prende due birre, la loro colazione. Finito di bere Bolivar va da Arturo, il capo dei pescatori, vuole chiedergli di telefonare ad Angel dato che il suo telefono se lo è portato via la sua ultima donna. Arturo chiama, ma Angel non risponde. Con aria afflitta gli mostra un profondo graffio nella carrozzeria della sua jeep, pensa siano stati dei ragazzi o degli ubriachi. Bolivar ha il sospetto che sia stato Angel o lui stesso, ubriaco abbastanza del resto lo era. Gli altri pescatori di gamberetti sono usciti all’alba, la tempesta sta arrivando, ma Bolivar non demorde, vuole a tutti costi un marinaio. Deve andare a pescare, ha bisogno di soldi, ha intenzione di spingersi più al largo degli altri, oltre le cento miglia. Mentre sta preparando la barca Arturo si avvicina con un giovane dai capelli lunghi e dall’aria dinoccolata. Non sembra proprio un marinaio - pensa Bolivar: si chiama Hector e sarà il suo compagno di pesca e dell’avventura che li attende...

Oltremare dell’irlandese Paul Lynch è liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto tra il 2012 e il 2014, quando il pescatore messicano José Salvador Alvarenga rimane alla deriva per 438 giorni insieme al giovane Ezequiel Cordoba. L’autore per la prima volta abbandona l’ambiente fisico e culturale irlandese e si tuffa nel Pacifico con una narrazione svincolata dai legami nazionali. Comunque, lo spirito irlandese e le ambientazioni solite come la cucina, il pub e la casa non lo lasciano nemmeno qui. Pur essendo in mezzo all’oceano i protagonisti si ritrovano in pochi metri quadrati di barca, ecco quindi che le ambientazioni claustrofobiche rimangono come cifra dell’autore. Con un linguaggio ricco e visionario i due marinai si trasformano in naufraghi, isolati ed in balia delle correnti. Questi due uomini sono al contempo sia vivi che morti, sperano di essere salvati, ma sono consapevoli di essere intrappolati. Paul Lynch partendo da questo fatto di cronaca narra una situazione estrema. La tempesta e la conseguente deriva della barca, senza più motore né GPS, avranno un effetto distruttivo sulla psiche e sul corpo del giovane Hector, le cui fragilità emergono immediatamente. Infatti, è alla prima uscita e si presenta a bordo con la felpa dei pirati e il cellulare. Accompagna Bolivar controvoglia e spera di tornare in tempo per giocare una partita di calcio e uscire con la fidanzata. Il coriaceo Bolivar è un pescatore dalla lunga esperienza e dalla grande abilità, che decide di salpare con la sua minuscola barca nonostante il bollettino marittimo preveda tempesta. Deve assolutamente guadagnare il necessario per saldare un debito con la persona sbagliata, che lo sta cercando per riscuotere in un modo preferibilmente evitabile. Le vite di questi due individui diversissimi e incompatibili si uniscono nella lotta per sopravvivere in quel mare che è un triste supermercato di rifiuti, grazie ai quali Bolivar riesce a costruirsi qualche rudimentale attrezzo da pesca riciclando gli oggetti più disparati. Particolarmente crude sono le descrizioni su come si procurano il cibo, pesci o uccelli che siano. Lynch è davvero abile nel delineare i due protagonisti, a svilupparne i comportamenti, le riflessioni e i processi mentali. Colpisce la progressiva consapevolezza da parte di Bolivar della sua inadeguata paternità e la figura della figlia abbandonata emerge come un vero e proprio personaggio. Diversamente da quanto accade a Hector, la disavventura ha un effetto particolare su Bolivar, che forse per la prima volta si trova a riflettere su sé stesso, sui tanti errori fatti e sul modo di ricominciare a vivere, nel caso riesca a rivedere la terraferma. L’oceano non fa sconti e non prova pietà. In Oltremare, il progressivo dilatarsi degli spazi bianchi sulla pagina a ridosso del finale, poco prima dell’approdo di un Bolivar stremato sulla prima terraferma, lascia intravedere una salvezza ambiguamente lasciata nell’incertezza con l’incontro irrisolto del vecchio naufrago con una bambina che forse sanerà la ferita provocata dalla fallita paternità di Bolivar.