Qualcuno sta giocherellando con un piccolo oggetto metallico. È un proiettile, originariamente del nonno e donato al nipote come porta-fortuna: “Ghé statu di bon’aguriu. Reggiu tinutu sempi cu miecu. Reggiu allucidatu comi la cruci di Cristu dainda la Chiesa”. Questo oggetto, ormai lucido dall’involontario strofinamento, smuove qualcosa nell’animo di chi lo sta accarezzando, il nipote, scatena un flusso di coscienza che lo costringe a interrogarsi e scrivere di getto i propri pensieri. Che cos’è la morte? Si chiede. È “tutto ciò che si consegna all’oblio del tempo e della memoria”. E che cos’è la memoria, allora? “Tutto ciò che un giorno ci servirà per piangere”. È con il proiettile fra le mani ed un altro oggetto, un misterioso quaderno verde, che la persona decide di scrivere una storia, una storia dichiaratamente verosimile, ma non necessariamente vera. Il quaderno verde appartiene ad una ragazza complicata, autolesionista e profondamente instabile. Il nome di lei è Emma, di origini calabresi, trasferitasi nella Capitale per studiare lettere e filosofia, ma che una volta conseguita la laurea sente di avere già compiuto il proprio destino. Che cosa c’è dopo? Oltre la laurea. Forse nulla per lei, che teme la speranza di chi è ormai adulto, perché “sperare significa fermarsi ed attendere”, ma attendere cosa? Per Emma la vita è movimento, è azione, mentre diventare adulti “vuol dire accettare le regole, non lamentarsi troppo delle ingiustizie, anteporre la ragione e la diplomazia alla rabbia e alla violenza, combattere secondo le norme vigenti. Una follia, insomma”. Affacciata al balcone di casa, sei metri sopra la strada, Emma ricorda sprazzi della sua vita: Alfonso, la spiaggia, il padre, la madre, i profumi della Calabria. Ma non è più la voce di Emma, quella che parla, si è fusa con quella della persona che tiene in mano il quaderno verde ed il proiettile. Emma, infatti, è già passata oltre, in una nuova dimensione…

Oltrepassare non è un libro facile da addentare e masticare ed è l’autore stesso a mettere in guardia il lettore su quanto la lettura sia complicata, dichiarando: “Tutto ha un senso, basta concentrarsi. In bocca al lupo e buona lettura”. È un romanzo? Un saggio? Probabilmente entrambe le cose. Temi portanti sono la dicotomia fra amore e sofferenza, vita e morte, la follia della vita, il tutto trattato con un linguaggio forte e spietato, di cui questa frase ne è un perfetto esempio: “Il Diario delle Allucinazioni è il colpo di pistola che non sono riuscito a spararmi in testa, almeno finora. È il sangue che schizza su una parte bianca, l’unica opera d’arte di un uomo che vuole sopravvivere a se stesso, ma che ritiene inutile ogni sforzo per rimanere in vita”. È un libro a tratti onirico e delirante, in cui la realtà - dichiaratamente solo verosimile - si mescola al flusso di coscienza del narratore, in cui è il narratore stesso a manipolare i suoi personaggi creando nuove piccole storie che poi si interrompono quando questi si rendono conto di aver solo sognato o sognato ad occhi aperti. Il narratore è alla ricerca di se stesso, deve rimettere insieme parti della sua mente e per farlo forse deve estraniarsi da sé e dal luogo che abita: la Calabria. E lo fa attraverso il quaderno verde appartenuto ad Emma, il primo personaggio che il lettore incontra sfogliando le pagine del libro. Emma è una ragazza tormentata, ma forse non è altro che il narratore stesso, il quale ha proiettato una parte di sé all’infuori di sé. E poi c’è la Calabria, terra amata e odiata, che emerge da qualche frase in dialetto e per mezzo di un lungo monologo del padre di Emma: “tutti i giovani calabresi dovrebbero prendere a calci i loro padri, perché non hanno lasciato nulla di degno se non cemento, ipocrisia e marciume”. Il libro di Martino Ciano non si può sfogliare tra una fermata e l’altra della metropolitana, per quanto sia di un solo centinaio di pagine, va letto con attenzione. E magari riletto, almeno una seconda volta.