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Ombre folli - Lettere 1927-1938

Ombre folli - Lettere 1927-1938

Tutto inizia con uno scambio tra due scrittori molto diversi tra loro, ma capaci di riconoscersi fin dalle prime lettere: Joseph Roth e Stefan Zweig. Roth appare subito come una figura inquieta e instabile, segnata dal nomadismo degli alberghi, dai debiti e da una scrittura vissuta come urgenza quotidiana. Zweig, al contrario, rappresenta lo scrittore già affermato, disciplinato, dotato di prestigio internazionale e di una concezione della letteratura come spazio di equilibrio spirituale e culturale. Intorno a questa distanza iniziale prende forma un dialogo che, di lettera in lettera, si allarga oltre la semplice cortesia tra colleghi e diventa il racconto di un’amicizia, di un’epoca e di un progressivo crollo storico. Le pagine seguono il passaggio dagli ultimi anni relativamente stabili della vita europea, la fine della Belle Époque, all’avanzata del nazionalsocialismo, registrando insieme eventi pubblici e disastri privati. Si susseguono richieste d’aiuto, consigli editoriali, commenti ai manoscritti, spostamenti continui tra Parigi, Vienna, Londra, la Costa Azzurra, Ostenda. La materia politica non resta mai separata da quella quotidiana: l’esilio entra nei conti da pagare, nella ricerca di editori, nella paura di perdere lingua, patria, pubblico. E accanto alla storia comune si addensano malattia mentale, alcol, lavoro forzato, amicizie che diventano sostegno materiale, fedeltà che resistono agli scatti d’ira e alle divergenze. Nel carteggio si affrontano così alcuni nodi insistenti: il tramonto dell’Europa asburgica, il rapporto tra ebraismo e cosmopolitismo, la diversa percezione del pericolo hitleriano, il dissenso tra pessimismo profetico – da parte di Roth - e fiducia razionale – per quanto riguarda Zweig -, la scrittura come sopravvivenza - per Roth scrivere è spesso una necessità materiale immediata – o come vocazione - Zweig appare invece stabile e affermato dal punto di vista economico e sociale -. Sullo sfondo, il tempo accelera: l’Austria appare sempre più esposta, l’esilio non è più una parentesi, la cultura non basta a salvare il mondo che l’ha prodotta. La posizione privilegiata di Zweig viene messa sempre più in pericolo ed anch’egli è travolto dagli eventi nefasti che avanzano. E allora la domanda che resta aperta è se l’amicizia, la letteratura, perfino la lucidità politica possano ancora opporre qualcosa alla catastrofe. O se non restino, alla fine, soltanto “ombre folli” in attesa dell’inferno…

Queste tensioni e questi interrogativi attraversano il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig raccolto nel volume Ombre folli, curato da Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel, con prefazione e traduzione di Ada Vigliani e postfazione di Heinz Lunzer. Adelphi lo pubblica in un’edizione di oltre cinquecento pagine che riprende il carteggio uscito in Germania nel 2011, alleggerendolo in modo selettivo ma conservandone il profilo storico e umano, con note e appendice pensate per orientare il lettore. Il libro si colloca in un punto cruciale della produzione di entrambi: Roth vi appare nel pieno della sua stagione più esposta e dolorosa, tra Giobbe, La Marcia di Radetzky, La Cripta dei Cappuccini, I cento giorni, L’Anticristo e La leggenda del santo bevitore; Zweig, invece, vi entra con il suo profilo di narratore, biografo, europeista, figura centrale e di successo del “mondo di ieri”, ma anche con tutta la fragilità di un equilibrio che la storia finirà per travolgere. La sproporzione delle lettere superstiti fa sì che sia soprattutto Roth a occupare la scena, mentre Zweig assume spesso il ruolo del destinatario paziente, del consigliere, del soccorritore. Sul piano stilistico, il contrasto è uno dei pregi maggiori del volume: da un lato la prosa nervosa, urgente, scoperta di Roth; dall’altro la misura levigata di Zweig. Ne esce un doppio registro che rende la lettura molto viva, anche quando i riferimenti biografici o editoriali si infittiscono. Ombre folli è stato letto come documento sulla finis Austriae, come “suicidio dell’Europa”, ma anche come grande scena privata, dove la storia si lascia capire attraverso debolezze, rancori, dipendenze e slanci di fraternità. Il volume è indicato per chi voglia entrare nel laboratorio morale del Novecento europeo, là dove il prestigio letterario e la rovina personale smettono di essere separabili.