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Omicidio al monastero

Omicidio al monastero

Daniel Clement, canonico di Stow e parroco di St Mary a Champton, si sveglia nella foresteria dell’abbazia di Sts Philip and James di Ravenspurn al suono insistente della campanella dell’ebdomadario, il novizio incaricato a rotazione di svegliare confratelli e ospiti prima della preghiera del mattino. Per qualche istante Daniel fatica a orientarsi, perché la stanza non gli è familiare e, allo stesso tempo, gli riporta alla mente un passato che conosce molto bene. Venticinque anni prima, infatti, ha vissuto proprio a Ravenspurn come novizio, con il nome di fratello Crispin. All’epoca Daniel è rimasto nel monastero per tre anni, fino al momento in cui ha dovuto decidere se pronunciare i voti oppure cercare altrove il modo di realizzare la propria vocazione. Padre Aelred lo ha allora incoraggiato ad andarsene, convinto che fosse destinato a servire il mondo più che il chiostro. Daniel ha seguito quel consiglio e ora, quasi cinquantenne, torna nell’abbazia da uomo profondamente diverso, anche se sente che una parte di sé è rimasta legata per sempre a quel luogo. Il motivo del suo improvviso ritorno a Ravenspurn, tuttavia, non riguarda la nostalgia. La sera precedente Daniel ha abbandonato senza preavviso la propria parrocchia e guidato fino al monastero perché sconvolto da una confessione ricevuta dal detective Neil Vanloo: Neil gli ha rivelato di essere innamorato di Honoria de Floures, figlia di Bernard de Floures, ricco proprietario terriero e benefattore della parrocchia. La notizia ha colpito Daniel molto più di quanto Neil possa immaginare. Daniel, infatti, è segretamente innamorato proprio di lui e, fino a quel momento, ha sperato che il giovane detective stesse per dichiarargli un sentimento ricambiato. Quando Neil ha pronunciato il nome di Honoria, Daniel ha compreso immediatamente di essersi illuso. È riuscito tuttavia a nascondere la propria delusione e a lasciare credere all’amico di essere felice per lui…

Richard Coles – reverendo inglese, autore di diversi romanzi che vedono come figura centrale il canonico Daniel Clement – colloca il protagonista questa volta in un ambiente che, almeno in teoria, dovrebbe sottrarlo alle inquietudini del mondo: l’abbazia di Sts Philip and James, dove molti anni prima ha trascorso il periodo del noviziato. Il ritorno in quel luogo coincide però con una fase personale tutt’altro che serena. Daniel vi arriva portandosi dietro delusioni, ricordi e una fragilità che rende il soggiorno qualcosa di più di una semplice parentesi spirituale. Il monastero, inoltre, pur con i suoi ritmi regolati dalla preghiera, i corridoi silenziosi e le consuetudini della vita comunitaria, non è affatto immune dalle tensioni. Coles lavora – e lo fa bene – proprio su questo contrasto: dietro l’ordine formale della comunità religiosa emergono caratteri difficili, risentimenti, vecchie ruggini e sentimenti che hanno ben poco di ascetico. Daniel conosce quell’ambiente e proprio per questo è in grado di coglierne le incrinature. Inoltre, quella che sembra una permanenza destinata al raccoglimento assume i contorni di un’indagine. Una morte avvenuta all’interno dell’abbazia solleva dubbi e, per Daniel, la possibilità che si tratti di un omicidio diventa progressivamente concreta. Il mistero nasce dunque dall’interno di una comunità chiusa, dove ogni gesto può essere osservato, ogni rapporto ha una storia e ogni silenzio può nascondere qualcosa. Daniel, poi, non è un professionista del crimine e non possiede il distacco di chi osserva i fatti dall’esterno. La sua posizione è molto più scomoda, perché conosce le regole di quel mondo, ne condivide in parte i valori e al tempo stesso sa quanto facilmente le fragilità umane possano insinuarsi anche nei luoghi consacrati alla fede. Per lui cercare la verità finisce per diventare quasi una prosecuzione del proprio compito pastorale: comprendere le persone significa anche non fermarsi alla versione più comoda degli eventi. Una lettura di intrattenimento piacevole e rassicurante, più che un giallo destinato a sorprendere per la complessità del meccanismo investigativo. La tensione non manca e il desiderio di capire che cosa sia realmente accaduto accompagna il lettore, ma l’intreccio resta piuttosto lineare e basico, senza raggiungere particolari vertici di suspense o svolte capaci di lasciare un’impressione duratura.